martedì, 24 luglio 2007

IL CENTRO DELLE COSE
 
Voi siete belle, ma siete vuote. Non si può morire per voi.
Il piccolo principe
 
Bonjour tristesse mi tocca ancora infilare la chiave nella portiera e mettere in moto il carretto verde ed andare al fronte a scansare i proiettili vaganti e nascondermi dietro i cespugli e maledire il fuoco amico e rovistare negli anfratti della memoria e recitare una preghierina oppure una bella cantilena e provare ancora una volta a salvare la pelle dai kamikaze attentatori della mia preziosa libertà. Sto per diventare nostalgico quindi dirò che un tempo non c’erano orari ed obblighi e cartellini da timbrare per riuscire a galleggiare nel mare di questa pazza pazza società e di questo folle folle mondo di tasse, bisognava soltanto tradurre le versioni di Cicerone e fare le interrogazioni, risolvere i problemi di geometria e studiare qualche funzione da quattro soldi, fare le linee diritte e capire il limite per x che tendeva ad infinito, temperare le matite e disegnare a chiaroscuro, parlare del moto rettilineo uniforme e del secondo principio della termodinamica, stare un po’ composti nel banco e soffocare le risate senza senso indotte dal compagno seduto affianco mentre la professoressa di italiano ci parlava degli scrittori e dei più grandi poeti di tutti i tempi, mentre apriva le pagine sopra la cattedra e ci raccontava di Ugo Foscolo e di Giacomo Leopardi, mentre la mamma di filosofia ci spiegava la sinistra al potere e la critica della ragion pura e l’approfondimento storiografico sul fascismo del polemico Renzo De Felice e come fare un buon tema di storia agli esami di maturità del ’94. Allora c’era la gita in Toscana ed il vagare scolaresco a Firenze, c’era la visita alla tombe immortali dei “Grandi" e alle stanze d’albergo delle compagne di classe. Allora c’erano gli occhi dolci di Valentina e quel suo modo di inclinare la testa e di camminare, c’era l’odore della pelle giovane e fresca misto al profumo dei vestiti appena lavati, c’erano i capelli lunghi e le giornate senza tanti pensieri, allora c’era solo da mettere in moto la vespa bianca nelle sere ovattate di maggio degli anni novanta e vedere quegli occhi che mi venivano incontro, c’era la perenne salsedine giornaliera ed i tornei di ping pong sotto le tettoie fatte con le canne di bambù, c’erano i tuffi dal trampolino ed i cornetti algida, c’erano gli accordi grunge sulla stratocaster ed i gruppetti che nascevano e morivano nel giro di una settimana, c’era ancora qualche disco in vinile e c’era il dj che sapeva intavolare certe colonne sonore buone a rubare baci estivi, allora devo confessarlo, non c’era mattina e non c’era sera, non c’erano sabati e non c’erano domeniche, si cresceva lentamente credendo di campare per sempre e che l’amore fosse davvero la risposta, allora si leggeva Hemingway e si pianificavano viaggi avventurosi e chi aveva trent’anni sembrava già un vecchio che da lì a poco aveva da mettere su famiglia e fare dei figli e diventare un bravo cittadino rispettoso delle regole e guadagnarsi la pensione e lasciare un bel ricordo agli amici e ai parenti affranti quando sarebbe finito tutto, quando l’ultimo colpo di teatro sarebbe stata la processione dietro una station wagon scura.
Adesso c’è questo perenne esistere. C’è lo sconcerto del sole che ancora riesce a perforare il terreno e che alla fine uccide. C’è la scrittura che continua ad essere la reazione uguale e contraria alla tragedia e alla miseria dell’umanità. C’è il vicino che viene a chiedermi in prestito la scala di alluminio facendomi deviare il percorso della penna. Ci sono sempre le rose da potare e per le quali non si può morire. C’è un cane che muore sul terrazzo con il padrone piangente che si accovaccia accanto a lui accarezzandolo per due ore. C’è un altro cane che mi taglia improvvisamente la strada nel cuore del centro di un sabato sera facendo diventare il fanale ed il paraurti soltanto un vago ricordo. E quindi adesso potrei prendere la macchina e spingerla già da un burrone, cancellare un po’ di malsano passato da quei sedili. Mi sentirei più libero e più leggero. Potrei buttare un bel po’ di cose che non mi servono e anche quelle che mi servono. Oppure potrei starmene tranquillamente seduto ad aspettare. Ma non posso. Aveva ragione Antoine che qualunque cosa fai tu sempre pietre in faccia prenderai. Non posso nemmeno sbucciarmi una pesca durante una pausa di cinque minuti in prigione senza che questo desti curiosità e porti inevitabilmente a lunghe dissertazioni sul vegetarismo. Senza che tutto ciò causi orrore, sbigottimento ed incredulità nella faccia dei colleghi. Ma io non ho più voglia di spiegare, non ho più voglia di controbattere, non ho più voglia di motivare e parlare di macelli, di scienza, di proteine e di salute, non ho più voglia di dire che è meglio non mangiare più cadaveri, non ho più voglia di ribadire che ora sto meglio, sto molto meglio e che adesso ho sensazioni interiori diverse. Così me ne resto appoggiato alla ringhiera del balcone del sesto piano a masticare il frutto giallo cercando di ignorare i volti scandalizzati ed esterrefatti. Me ne sto lì a guardare il mare amico lontano e a pensare al baratro lavorativo dentro cui mi trovo, al caos continuo, a questo eterno essere senza fissa dimora e alle ferie concesse solo da pochi giorni. E così addio Portogallo ed addio Marocco che un paio di compagni stanno già salendo sull'aero, addio oceano ed addio muri d’acqua alti tre metri, per il momento non ci vedremo. E così, mentre penso a questa bella tragedia, me ne sto lì a contemplare il nocciolo che mi resta in mano. Pensando che forse il segreto è andare al centro delle cose, che bisogna sempre togliere la polpa e che aveva ragione anche l’altro Antoine, che l’essenziale è invisibile agli occhi.

Posted by OneImaginaryBoy on 24/07/2007 23:37 | link | commenti (26)
graffiti, tempo un giorno e mi riprendo, sversamenti

sabato, 17 dicembre 2005

ANTICA RICETTA GRECA

L’arte non nasce mai dalla felicità. C. Palahniuk, Soffocare

Ah già è vero, oggi il blog sorride di fronte al flash, dispone le labbra a punta, si china verso la decorazione creata con gli spicchi di frutta adagiati sulla panna e soffia un po’ di fiato sopra una torta con su piantate due belle candeline ardenti e scolanti di cera. Così di conseguenza questo scrivere nato per caso o forse per destino, finisce per tirare timidamente le orecchie al suo alter ego standosene in piedi e con le mani in tasca proprio al centro della piazza pubblica del paese, punto nevralgico ansimante e brulicante di jingle bells e din don dan. Ma l’insospettabile e controverso evento da foto ricordo, oltre a permettermi in maniera virtuale di stringere mani, di far baldoria e di ubriacarmi con tutti coloro che durante questo tempo si sono soffermati lungo le pagine qui presenti lasciando, a volte distrattamente e frettolosamente ma più spesso criticamente e amorevolmente, un segno, una parola, una frase, un saluto, uno sputo, un sorriso, una birra, un urlo, una pacca sulle spalle, un’incazzatura, un gesto di stizza, un pugno in faccia, una smorfia, un occhio curioso o anche solo un sonoro calcio in culo, contribuisce suo malgrado ad alimentare leggermente le acide rimembranze relative allo splendido ed entusiasmante periodo che mi vedeva vagare dentro e fuori questi luoghi trascinando un cuore sanguinante e pieno di spine. Tempi vecchi, sepolti, creativi al contrario e pieni di ragnatele ormai. Che osservo come si potrebbe osservare un film per il quale si rimpiange il prezzo del biglietto. Che guardo con un misto di orrore e di ironia. E con un distacco che non credevo sarei mai riuscito a possedere. Ma siccome so ammettere le mie debolezze ed i miei errori, non faccio nessuna fatica a dire che allora mi crogiolavo dentro una sofferenza che paradossalmente finiva per essere dilaniante e confortevole al tempo stesso e che l’unica conquista dentro quella folle guerra fu la crocifissione per aver pronunciato l’impronunciabile sotto l’effetto dei fumi dell’alcool, prezioso nettare contenuto per l’occasione dentro un paio di benefici bicchieri che mi presero per mano e mi traghettarono verso la riva di un nuovo incredibile anno, tra botti, vetri rotti, musica dal vivo e gente che barcollava delirando lungo i marciapiedi. Nel complesso le varie sorsate da conto alla rovescia, vestirono i panni di quel vecchiaccio di Caronte, bianco per antico pelo, che voleva per forza darmi un passaggio dentro l’inferno allegorico della mia anima e di fronte al quale declinai gentilmente l’invito aggrappandomi con forza alla salvifica sponda che mi avrebbe permesso di tornare a casa. Quasi quasi mi piaceva la parte molto romantica del poeta maledetto, pur senza possedere il giusto talento per riversare sulla carta il sangue che mi sgorgava a fiotti fuori dalla vene e dai meandri del cervello martoriato. Ma per fortuna tutte le cose sono come la vita, cioè sono destinate ad affievolirsi lentamente o ad interrompersi bruscamente. E così anche quella fase ha avuto la sua storia, la sua occasione per farmi fuori ed il suo momento di gloria che è stato prontamente consegnato alla solitudine di un cassetto dentro il quale ho lasciato scorrazzare le tarme fino a quando non ne sono venuti fuori dei bei cumuletti di polvere da affidare al vento.
Purtroppo arriva sempre il momento di fare i conti con la possibilità che il proprio baricentro cada al di fuori del piano d’appoggio. Non bisogna farne un dramma, anche perché in fondo quello che ci succede può interessare davvero solo uno sparuto gruppetto formato da quattro, cinque persone. Sei al massimo. Bisogna invece convincersi che l’unica cosa che si può fare, l’unica cosa che permette davvero di non perdere l’equilibrio, è sfruttare la destabilizzazione della propria noiosa ed anonima serenità per cercare di fare qualcosa di costruttivo. Mettersi e a scrivere, a dipingere, a suonare, a curare dei fiori in un giardino o a dire ti voglio bene ad una persona prima che sia troppo tardi. Oppure fondare un fight club, decidere cosa fare da grandi, provare il bungee jumping o, se si è davvero amanti delle avventure, andare in un bel centro commerciale, uno di quelli che attualmente risultano invasi da orde di bambini urlanti e da decorazioni rosso vermiglio, e percorrerlo avanti e indietro con un atteggiamento filosofico e ieratico alla Socrate. Il quale, appena duemilacinquecento anni fa, quando andava per le botteghe delle strade di Atene e veniva avvicinato dai venditori che gli chiedevano se voleva qualcosa, rispondeva: "no, sto solo osservando quante cose esistono di cui non ho bisogno per essere felice". Dopodichè si possono rimettere i remi fuori dalla barca, impacchettare tutto quello che si è partorito, cercare di evitare gli squali ed uscire tranquillamente con un bel ghigno di soddisfazione a riveder le stelle.

Posted by OneImaginaryBoy on 17/12/2005 15:36 | link | commenti (38)
graffiti

lunedì, 03 ottobre 2005

UN INCONTRO GALANTE

Ricordo ancora quella volta in cui la vita si presentò a casa mia. Era quasi l’alba, stavo dormendo a più non posso e navigavo a vele spiegate al centro di un sogno che speravo non finisse mai. Uno di quelli che a distanza di qualche giorno, qualche settimana o qualche mese puoi benissimo confondere con la crudele realtà, uno di quelli che viaggia sempre a cavallo tra coscienza ed incoscienza, uno di quelli che riesce sempre a far ingrassare il buon umore portandoti come pacco regalo una pace onirica davvero invidiabile e niente male. In pratica la pace che di solito si cerca avidamente dentro le scatole dell’amore, del sesso, della religione e del mare, ma che puntualmente non si trova mai. Perché l’anestetico dei sensi non è ancora stato scoperto o inventato, almeno non quello che può fare a meno di nutrire le sue infinite risorse attingendo dalla chimica o da qualche reazione molecolare che avviene dentro il cervello-anima. Il sogno sarebbe sicuramente durato ancora qualche minuto se non fosse stato per lei, la vita. Ma in effetti dovevo aspettarmelo. Era logico che prima o poi dovesse succedere.
Quel giorno sentii bussare in maniera decisa alla porta ed aprii gli occhi notando la strana luce che filtrava calma attraverso le persiane di plastica. La sveglia nera non aveva ancora strillato il suo delirio mattutino, così girai la testa e la guardai notando che le lancette erano ferme. Lì per lì non ci feci molto caso ma ebbi come l’impressione che si trattasse di un segno bello e buono ed infatti a distanza di tempo ne ebbi la clamorosa conferma. Me ne stetti qualche secondo ad osservare il pulviscolo che volteggiava ad un metro da terra, tra il silenzio irreale che invadeva la stanza in penombra e la forza di gravità che mi teneva fortemente inchiodato al materasso. Poi finalmente decisi di alzarmi e stropicciandomi gli occhi, andai lentamente verso l’entrata. Dallo spioncino vidi la vita in tutto il suo splendore, la vidi sistemarsi i capelli, la gonna a righe, la camicetta a fiori e quel poco trucco che le copriva la faccia. Si guardava attorno aspettando che aprissi. Dentro di me pensai: eccola accidenti, è proprio lei, lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivata. Quando aprii la porta mi fece uno strano sorriso e mi guardò diritto negli occhi in maniera ferma e decisa. Non distolsi certo lo sguardo, eppure non ebbi la sensazione che mi stesse lanciando una sfida ma che fosse venuta per un incontro quasi amichevole, “il primo di una lunga serie” mi avrebbe detto alla fine della visita. Entrò senza parlare e prima che io potessi dirle: “Prego vita, accomodati pure dove vuoi e prendiamoci un caffè, un cornetto, dei biscotti, o anche solo un semplice zabaione insieme”, si era già seduta comodamente sulla poltrona del salotto. Mi fece subito cenno di andarmi a sedere di fronte a lei, al che ovviamente io sentii spandersi nell’aria il tipico odore delle trappole e così cercai di temporeggiare parlando, come si fa in certi casi, del più e del meno. Le feci pure qualche complimento improvvisato per la sua asimmetrica bellezza ma deve avermi visto leggermente poco convinto dal momento che non perse tempo in chiacchiere e cominciò a dettare subito le sue leggi. E di certo io non potei fermarla. Ebbi solo il tempo di agguantare un block notes ed una penna poggiati lì vicino, quindi cominciai a buttare velocemente giù qualche appunto. Nel frattempo pensai che non solo il sogno di qualche minuto prima era ormai un ricordo amaro e distante ma che anche le vacanze esistenziali e giocose erano giunte al loro famigerato capolinea. E non so perché, tornai indietro con la mente a quando ero un ragazzino. Quando ero un romantico coglione. Quando scrivevo storie e poesie per donne e su donne che avrebbero meritato delle cinghiate. Quando pianificavo fughe in motorino beccando litri e litri di acqua di cielo in faccia.
Mentre scrivevo con la mano quasi dolorante lei si interruppe di botto dicendomi che era semplicemente inutile che mi infarcissi di teoria e che mi sarei fatto le ossa soltanto con la pratica. Mi disse un mucchio di cose lasciandomi però impressa nella mente una frase che diceva più o meno così: “Ricordati che la felicità ha la stessa consistenza dell’etere, la stessa intensità di un fulmine. È un bagliore che dura pochi millesimi di secondo. Quando ti colpirà sentirai un terremoto. È raro ma potrà colpirti. La felicità però sarà fuorviante. Sarà una pace che addormenta i sensi portandosi a letto l’anima. La guarderai quindi sempre con sospetto e per questo ti porterai appresso un cuore tormentato. Inoltre ogni volta che sarai convinto di amarmi, io ti prenderò in giro. E adesso esprimi un desiderio”. Le dissi: “Cara vita, il mio unico desiderio è quello di essere libero”. E lei rispose subito: “Questo dipende soltanto da te, impegnati a fondo e lo sarai davvero”. Dopo se ne andò. Restai lì fermo immobile a riflettere un momento. Poi improvvisamente arrivò il trillo della sveglia, violento come non mai. Spalancai gli occhi, girai la testa e restai a guardare le lancette, quelle piccole e fottute lancette che ticchettio dopo ticchettio mi riportavano alla realtà e alla consapevolezza. Scesi dal letto, cercai le ciabatte ma non le trovai. Così, a piedi scalzi ed in mutande, mi incamminai verso il bagno pensando soltanto tra me e me: ecco, la vita in fondo è anche questo, è svegliarsi ogni dannata mattina ed andare incontro a qualcosa.

Posted by OneImaginaryBoy on 03/10/2005 12:24 | link | commenti (62)
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mercoledì, 20 luglio 2005

DENTRO UN CAMPO DI GRANO

Giorni di luglio con il segno indelebile di trent’anni di vita ricolmi d’acqua ed adagiati sulle spalle. Credo si sia trattato solo di un caso semplice e disarmante, ma allo scoccare della mezzanotte ero sotto la doccia a ridere di me stesso e del mio personale modo di essere. Ad appoggiare una mano sopra le mattonelle colorate e l’altra sul cuore. A riflettere su determinati atteggiamenti seriosi tipici di quel periodo ingannevole che caratterizzò certe storiche giornate adolescenziali. A ricordare con un leggero stupore che intorno al compimento della maggiore età avevo un metro di giudizio molto diverso rispetto a quello che ho oggi, testimone il fatto che allora impiegavo almeno il doppio del tempo per pettinarmi e per dormire. Così, mentre l’acqua mi scendeva lenta e scrosciante sulla testa e mentre ripensavo al fiato che ho sprecato per soffiare sulle candeline che ardevano più dieci anni fa, mi sono accorto che con il passare degli anni, il tempo si riduce drammaticamente acquistando il valore che non ha. Mi sono accorto che il tempo si ripiega su sé stesso fino ad annullarsi e rendendo puntualmente ogni mio sforzo ridicolo e superfluo. Andando avanti infatti mi sono messo di fronte alla specchio tagliandomi progressivamente i capelli e liberandomi dell’immagine noiosa e stanca che avevo di me. Così, con la nuova vita che mi ritrovo e che riveste il futuro di incertezze e di quel pizzico di brivido che certamente non guasta, non posso fare altro che cercare di comprimere ogni singolo e piccolo svago, usare il sabato e la domenica per sostituire la macchina con la vespa, aggirarmi per luoghi quasi inesistenti e assenti, nuotare fino alla sfinimento dei polmoni per imparare lo stile delfino facendo al contempo attenzione a non sbattere la faccia contro qualche ignara e sgargiante medusa trasportata dalle correnti, magari con quella che si è già fatta una tranquilla passeggiata sopra il mio braccio sinistro.
Dovrebbe essere chiaro che delle nubi e di quattro gocce di acqua sporca non ci si può fidare. Ed infatti lo è. Ma i presagi di pioggia non sono poi così inutili. Non a caso ultimamente proprio loro mi hanno fatto scoprire che il mio scoglio bianco possiede senza dubbio molto più fascino se l’acqua che lo circonda assume quei riflessi chiaroscuri che soltanto un cielo arrabbiato riesce a dipingergli sopra. Su quella roccia però, il sole, penetrando attraverso l’imene di un cono denso, finisce per fare sempre la sua parte vincendo in ogni caso. E così, nonostante tutto, la mia pazienza e la mia gioia trovano sempre del carburante in grado di alimentare due ore di sublime e meritato isolamento. La vespa nel frattempo è parcheggiata lassù in alto. È sufficiente allontanarmi solo una ventina di metri dalla costa per scorgerne il muso rivolto verso l’orizzonte. Che a guardarla da lontano sembra un cane posto a guardia dei miei occhi chiusi. Fedele compagna che non mi tradirà mai. O almeno spero.
Le sere trascorse in balia del caldo umido e di qualche stella luminosa mi sono sembrate abbastanza simili a delle pietre rotolanti, fugaci stordimenti che non mi hanno fatto combinare granché. Rivoluzioni molto più coraggiose ed esaltanti devono infatti ancora verificarsi lungo la strada. Seduto ad un tavolo di legno ho solo bevuto del vino bianco che aveva la stessa pastosità di un rosso, fatto di conseguenza il cretino impugnando un microfono malamente collegato ad un amplificatore per chitarra, cantato dietro pressante richiesta di due occhi limpidi La cura di Battiato e La canzone di Marinella di De Andrè, distribuito qualche pacca su spalle familiari, trovato il dolce dello zucchero dentro il pomodoro di una pizza, tenuto in braccio un esserino di diciotto giorni rendendomi conto di come la vita sia fragilità e miracolo al tempo stesso. Il fiocco azzurro concepito da questi due amici è stato senz’altro l’evento per eccellenza del mese che sta finendo. E la parola “sorprendente” non basta certo a rendergli giustizia. Guardavo questi occhi spalancati e dal colore indefinito che puntavano dritti contro i miei. Verde e grigio mescolati tra loro che mi fissavano e che mi trasmettevano tutte le mancanze di difese contenute dentro quei movimenti. Mentre mi venivano meno le parole, facevo attenzione a come spostavo la mani e credo che cercando di tenere il più lontano possibile da quella pelle bianca l’acciaio freddo dell’orologio, abbia finito per assumere un’espressione stupita e commossa. Poi tornando a casa e passando attraverso un immenso campo di grano appena mietuto, ho finito per pensare che dovrei riuscire a fabbricarmi un bel paio di forbici robuste e forti per fare a pezzettini tutte quelle immagini che a volte scorgo con la coda dell’occhio e che insidiano la velocità che sono riuscito a conquistare con tanta fatica centellinandola attraverso certi dannati e fisiologici rallentamenti. Eppure ieri stasera, guardando la luna che cresceva e che diventava sempre più bianca, ho notato che il treno della mia rabbia sta progressivamente rallentando la sua folle corsa. E credo proprio che questo non sia un bene.
O magari facciamo invece che lo è.

Posted by OneImaginaryBoy on 20/07/2005 09:39 | link | commenti (63)
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venerdì, 15 aprile 2005

UN ALTRO DRINK PER FAVORE


Il dormiveglia acido della mattina può essere davvero la parte migliore del giorno. Parlo del momento in cui giochi ancora con i residui di certi sogni polverosi che ti restano appiccicati alle pareti del cervello grazie alla colla più scarsa che c’è in giro. O quello in cui ti ritrovi dentro il labirinto delle lenzuola stropicciate a lottare invano contro le tue anarchiche erezioni e contro certi sprazzi invadenti di luce lasciati deliberatamente a filtrare attraverso la serranda per rendere la sveglia sufficientemente traumatica e pericolosa. O ancora quello in cui senti il rantolo furioso di qualche bicchiere di troppo buttato giù qualche ora prima facendo attenzione che il ghiaccio non si fondesse inesorabilmente con il gin.
Tre cocktail e due birre in genere fanno presto e non impiegano molto per ridurre la testa in tanti minuscoli pezzettini scavando nei posti più nascosti dell’anima proprio come farebbe un cane che cerca il suo osso. Un ricordo che si perde nella notte dei tempi ma ancora abbastanza vivido e in forze. Successe tra le risate e gli abissi dei cuscini. Tra il lungo bancone di legno ed i corridoi scuri. Tra gli archi ed il lampadario di cristallo. Avrai vomitato cinque o sei volte per la strada. Stretto la gamba di qualcuno pensando che stessi per morire. Guardato in preda al panico fuori dal finestrino la notte delle quattro del mattino. “Tutta colpa della fragole fuori stagione” ti eri ripetuto nel vuoto del sonno finto. Uno dei pensieri sparsi che ti aveva attraversato violentemente la testa mentre eri ancora in posizione fetale a stringere gli occhi e a girarti dall’altra parte era stato proprio la condanna di quel cazzo di spiedino di frutta ordinato per forza alla cameriera punk e pure dark armata di ricetrasmittente. Assieme al ricordo sfuocato e pieno di flashback della ragazza con i capelli d’oro e con le gambe accavallate sprofondata nel divano di fronte, bella e con tutta la vita davanti, che aveva preso a fissare un punto indefinito in mezzo ai tuoi occhi e che qualche istante dopo si era alzata per andare a fumare una sigaretta nel balcone con la sua ceres in mano. Allora tu l’avevi seguita solamente con lo sguardo perché non avevi neanche la forza di alzarti ma già avevi immaginato uccellini cinguettanti e rintocchi di campanacci e squilli di trombe e rulli di tamburi e uscite romantiche e salti acrobatici nel letto e l’unione dello Yin e dello Yang e scorrerie in macchina e lunghe discussioni fino a sera tardi con il canto degli angeli in sottofondo e dentro il petto e giornate calde di primavera e bagni a mare e ferragosti sulla spiaggia e sotto le stelle e musi lunghi, litigi, telefonate drammatiche, urla, lacrime, porte sbattute e addio senza nostalgia né rimpianto. Insomma tutta quella complicata faccenda biochimica per cui l’innamoramento assomiglia un po’ al carnevale.
All’uscita dall’inferno pieno di musica inutile c’era una bottiglia vuota di martini che rotolava sul basalto della strada fino a colpire il marciapiede, elogio e supremazia della tristezza del sabato sera. Ma c’era anche chi ti guardava con lo sguardo spiritato proprio come avrebbe potuto fare in uno dei suoi film. E che si ricordava di voi facendovi un sorriso di tenerezza di madre. Poi c’era chi chiudeva l’entrata con una corda da peschereccio e chi faceva il giocoliere con le bottiglie piene. Chi sudava copiosamente e chi batteva i piedi sui tavoli graffiati.
I passi del mattino che si apprestava a venire avevano costellato un cammino lento in cui avevi sollevato il viso e socchiuso gli occhi cercando di ripararti da un sole già primaverile. In pratica di nuovo in pista tra sorrisi e lacrime. C’era anche il mare di fronte a completare il tutto. E la tipica assenza di suoni e di rumori ordinari di una domenica che non cancellava per niente la nausea che si dimenava violenta nello stomaco ma che serviva solo a farti pensare che la vita in fondo, come ha detto pure quel tale, non è nient’altro che una bolla di sapone e che sarebbe alquanto seccante e poco carino se decidesse di scoppiare prima di averglielo messo in quel posto.

Posted by OneImaginaryBoy on 15/04/2005 11:21 | link | commenti (26)
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sabato, 09 aprile 2005

IL TEMPO DELLE FRAGOLE

Lo scenario è una sera di maggio morbida e vellutata.
Tavolini di un bar sotto i portici.
Stelle lassù in alto a bruciare senza fare rumore.
Ama le sere come questa. Quando gli sembra di non avere niente alle spalle e niente davanti. Quando gli sembra di esser sempre stato dentro quel determinato momento senza essersi mai mosso di un passo. Senza esserne mai uscito. Senza essersi mai strofinato gli occhi per vedere cosa c’è lì fuori.
Non glielo dice.
Lei cammina accanto a lui. A tratti silenziosamente. Gli basta voltarsi per vedere in che modo il suo profilo fuoriesce netto ed essenziale dai lunghi capelli neri color dell’abisso. Gli piace quando riesce a registrare e a leggere sul suo volto un’espressione che non le aveva mai visto. Un’inclinazione diversa nello sguardo e nei gesti. Un’inflessione nuova nella voce o nel modo di camminare.

A volte invece le parole gli sembrano solo degli stupidi contorni, delle inutili appendici dei loro comportamenti di individui bisognosi di conferme e soddisfazioni di richieste. E così si domanda se riusciranno mai a comunicare senza aver bisogno di parlare. Vorrebbe chiederglielo. Prova a fare il primo tentativo e glielo domanda senza aprire bocca. Glielo domanda mentre lei gli cammina accanto, mentre diventa così facile assaporare la calma che satura l’aria già estiva avvolgendoli e rallentando il fluire dei loro pensieri. Ed è una calma che potrebbe andare avanti all’infinito oppure finire subito. Lo sanno bene. Come sanno perfettamente che le circostanze li inchiodano inevitabilmente dentro i loro ruoli. Quasi senza poter opporre resistenza. È così e forse ne hanno paura entrambi.

Le piace vederlo ridere. Ogni tanto glielo dice. È strano. Gli dice anche che ha un modo particolare di guardare le cose, anche quelle più banali. Lui, perso alla deriva dentro il suo mondo irreale con in mano un cucchiaino di granita, non sa com’è quando ride né quando guarda le cose. Pensa che è raro osservare se stessi mentre si ride. Ma gli altri dall’esterno lo vedono sempre.

A volte poi capita che i loro meccanismi comunicativi si irrigidiscano e si trasformino velocemente in occhiate nervose e tese, lampi difficili da indirizzare. Quando succede lui pensa che dovrebbero essere capaci di tirarsi fuori dal ruolo dentro cui sono imprigionati per riacquistare la naturalezza che serve. Solo un po’ di naturalezza a fare da sostegno alle loro azioni.
Non potrebbe volere nient’altro dentro quella sera di maggio calma e senza vento.

Posted by OneImaginaryBoy on 09/04/2005 20:20 | link | commenti (26)
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mercoledì, 16 febbraio 2005

UN MURO. ALL’IMPROVVISO

...la morte bacia, la vita imbroglia...

Si può credere o no al destino. Io ancora non lo so se ci credo. In realtà forse ci credo, però mi dà fastidio sapere che potrei essere simile ad una di quelle macchinine telecomandate che avevo da bambino. Una di quelle di formula uno della pista polystil. Sapere che c’è la possibilità di avere davanti al muso un tracciato già segnato e che è meglio risparmiare le forze per qualcosa di più divertente perché tanto ogni tentativo di uscire dal binario della pista è inutile e velleitario. Ammetto però che se la pista non è una semplice e monotona pista ma una pista felice ed entusiasmante, magari con qualche giro della morte in mezzo e qualche curva parabolica, delle riserve ce l’ho. Cioè in sostanza chi me lo fa fare a pormi domandi filosofiche sul senso della vita se vedo che la vita mi sorride? Chi me lo fa fare e cercare di capire l’ingranaggio che c’è sotto quando contro ogni possibile previsione vedo che comincia ad innescarsi un meccanismo piacevole? Purtroppo la mia curiosità spesso mi porta a complicare le cose. Sono fatto così. Da piccolo avevo un giocattolo che funzionava alla perfezione? Ed io lo dovevo aprire per vedere come era fatto dentro. Inevitabilmente finivo per mettere una vite fuori posto e per romperlo. E così è anche adesso. Non che adesso le cose vadano bene intendiamoci. Ma quando andavano un po’ bene dovevo sempre andare a fondo della questione mandando tutto a puttane. E’ che le mie domande causano sempre un disturbo al processo in atto. Forse provo anche un piacere inconscio in questo, non lo so ancora. Per esempio, sempre quando ero piccolo, restavo estasiato quando vedevo quei pazzi giapponesi che perdevano mesi a creare tracciati pazzeschi con il domino. Poi arrivava un giorno che chiamavano i giornalisti e le telecamere e facevano cadere la prima pedina innescando la caduta di tutte le tessere fino alla composizione di un disegno o  all’accensione di un fuoco o a qualcosa di spettacolare. Io allora m’immaginavo sempre che qualcosa andasse storto. Un pedina che cascasse male o un terremoto improvviso che rovinasse tutto quel lavoro. Ancora oggi mi chiedo se sia stato questo mio modo di essere a causare il mio famoso incidente. Quello di circa ventiquattro anni fa. Quello che, a detta dei miei, rese terribilmente drammatica una tranquilla e pacifica giornata estiva.
Ventiquattro anni fa avevo cinque anni ed ero a spasso con mio padre e mia sorella più piccola. Mi ricordo che da lì a poco saremmo andati al mare. A quella età non si hanno chissà quali ricordi ma mi ricordo che dentro la mia inconsapevole infanzia ero felice. In fondo cosa volevo di più. Ho ancora in mente quei momenti come se fosse ieri. Mio padre si fermò con un conoscente ed io stetti lì per un momento ad ascoltare i loro discorsi. Dall’altra parte della strada però c’era un cantiere edile con un escavatore indaffarato a scavare. Non avevo mai visto un escavatore che scavava, così tra i discorsi dei grandi e l’escavatore che scavava scelsi ovviamente l’escavatore. Fu un attimo. Lasciai la mano di mio padre ed attraversai di corsa proprio mentre sopraggiungeva un’alfa sud  a tutta velocità. Sentii una frenata e delle urla e poi non ricordo più nulla. Mi ricordo solo di uno schermo nero. Come quando è buio dentro il cinema dopo che finisce un bel film. Come quando si resta lì sospesi un attimo a pensare ancora a quello che si è visto. Del dopo ricordo il panico intorno e la folle corsa all’ospedale. Dissero che mi tirarono fuori da sotto la macchina facendo attenzione alla testa che era rimasta incastrata tra l’asfalto ed una ruota posteriore. E che sulla maglietta avevo l’impronta precisa del pneumatico. Il previsto spappolamento di organi interni annunciato a gran voce dal medico del pronto soccorso non fece la sua bella esibizione dentro la tac. Scontai appena una quindicina di giorni d’ospedale giusto per scrupolo e per le ferite superficiali. A distanza di qualche mese i bravi elettroencefalogrammi rilevarono un attività cerebrale normale anche se su questo non sono tanto convinto. Adesso come ricordo mi porto addosso un paio di cicatrici che ho potuto guardare bene quella volta di un paio di anni fa che mi sono messo davanti allo specchio con il rasoio elettrico e mi sono tagliato i capelli a zero. Fu destino? Provvidenza divina? Colpo di culo? Sono arrivato pensare che sono ancora vivo perché in quel momento non ho fatto proprio un bel nulla. Che sono vivo perché sono rimasto fermo appena arrivava quel muro di metallo. Magari se mi fossi mosso di un centimetro più là sarei finito sotto quella macchina in un altro modo e adesso non sarei qui a tediarvi con questo discorso. È più o meno la stessa cosa che penso quando andando in macchina un po’ più veloce del solito mi trovo improvvisamente una pozzanghera davanti. Mi dico: ecco, guarda che adesso è la volta buona che me ne vado in aquaplaning, finisco fuori strada e sbatto contro quel muro. Invece tenendo ben salde la mani sul volante, non provando a fare assolutamente brusche sterzate e recitando nel frattempo una preghierina, finisco sempre per passare sopra quella pozzanghera liscio come l’olio senza che accada nulla.
Così credo di aver capito che quando le cose vanno bene forse è perché non si è indagato a fondo, forse è perché non si è cercato di capire nessun meccanismo, paradossalmente quindi sembra molto più vantaggioso non farsi domande e non chiedere niente. Si vive meglio in sostanza. Così tu che hai avuto la pazienza di leggere fino a qui dai retta a me, nel caso dovesse capitarti una pozzanghera improvvisa mentre guidi allegro e spensierato lungo la strada della tua vita non fare nulla, vedrai che la riporti a casa la pellaccia.

Posted by OneImaginaryBoy on 16/02/2005 11:23 | link | commenti (17)
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giovedì, 10 febbraio 2005

BEATI GLI AFFLITTI

L’uomo con la tunica verde è appena un ragazzo. Un ragazzo poco più grande di me. Di lui ricordo che una quindicina di anni fa baciava la ragazza più bella della scuola. Palpebre calate su occhi azzurri e lunghi capelli biondi che scendevano sulla schiena. Durante la ricreazione di quindici anni fa noi osservavamo questa scena all’ombra degli eucalipti. Per noi quattordicenni quel ragazzo più grande esercitava il fascino discreto di chi possedeva le chiavi di accesso verso un mondo lontano. Seduti sul marciapiede a disquisire di filosofia spicciola circa il successo nella vita di tutti i giorni, eravamo solo imberbi e derelitti quattordicenni intenti a tirare fuori le più svariate spiegazioni. Chi giocava a calcio con un sasso e chi finiva avidamente il suo panino. Risate e “che minchia dici” intercalate dentro quegli adolescenziali scambi verbali. Prese per il culo a chi aveva qualche brufolo in più sulla faccia. Scioperi proclamati a squarciagola per i motivi più banali. Dritte sull’ultimo modello di marmitta Polini da montare sulla vespa piombata. Chitarre usate da provare su qualche marshall impolverato. Ribellione, pessimismo, depressione, apatia e indifferenza più o meno irriverente in fieri. Nuovi apocalittici significati circa la distruzione degli strumenti sopra il palco. Pacche di compatimento sulle spalle a chi diceva “grunge che?” o non sapeva dove si trovasse Seattle. Ma quel ragazzo era sopra tutto e tutti. Almeno a noi sembrava così. Rappresentante d’istituto l’investitura  naturale. Sicurezza nei gesti e nel modo di muoversi. Un sorriso e una parola per tutti. E la mano sul cuore di quella creatura eterea. Quindici anni dopo, a pulsioni suicide attenuate e a dibattiti scolastici messi da parte, quel ragazzo prende a parlare di felicità e del nostro affanno dietro la continua ricerca di un senso. Ha un modo forse troppo solenne e ieratico di rivolgersi alle innumerevoli facce che ha davanti. Ma credo di capire l’entusiasmo che lo agita. Lo vedo dai suoi occhi. Vedo purezza e semplicità. Ma anche il carisma di un tempo. Sorride ancora. Mi sta pure simpatico quando liquida con una battuta veloce Vasco Rossi che vuole trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha. Dentro la tunica verde il ragazzo osserva tutti e dice che si tratta di scegliere. Ad un certo punto nella vita bisogna fare una scelta. Questo lo so. Ma non avevo mai sentito nessuno dirlo con tutta questa energia e questo convincimento. Se il discorso della montagna vi provoca risolini mi sta anche bene. Ma io ne vedo il fondamento nel fatto che ad ogni beatitudine segue una motivazione. E così io mi sento messo con le spalle al muro. Non si tratta certo più della religione o del credere e del non credere. Qui ne va della propria vita. Ne va del rischio di buttare al vento quello che abbiamo tra le mani. E quindi anche se vorrei farlo non si scherza. Anche se cerco di rispedirlo con tutte le forze da dove è venuto mi sale immediatamente il terrore che c’è davvero il rischio serio di condurre tutta un’intera esistenza addormentati. Di vivacchiare al posto di vivere veramente. Perché nella non scelta è chiaro che si vive più comodi che nella scelta. E su questo non ci sono dubbi. L’esempio palese di chi ha scelto è proprio lui. Ancora una volta quella sicurezza esercita fascino. Non c’è incertezza o tentennamento. Si scorge addirittura felicità. Ed io mi sento quasi invidioso.
Se andassi a confessarmi da lui dovrei dirglielo. E poi dovrei ammettere che nella sofferenza non sono per niente originale dal momento che faccio parte della massa di persone che si sente infelice di sera quando è alla guida della propria macchina per tornare a casa dal lavoro. Magari gli direi che ho capito che inconsciamente amiamo soffrire. Ho pure chiesto conferma a chi per mestiere ne sa più di me. Io so che quel ragazzo mi accennerebbe un sorriso. E poi mi chiederebbe se ho fatto la mia scelta. Sorriderei anche io. In quindici anni sono cambiate molte cose. L’avete notato tuttavia che  il “niente conta in fondo” dei Verdena fa eco al “non importa” dei Nirvana?  Io si, però forse arriva davvero un momento in cui non ci si può mettere a giocare ancora con il nichilismo.

Posted by OneImaginaryBoy on 10/02/2005 12:08 | link | commenti (18)
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venerdì, 07 gennaio 2005

IO, WOODY ALLEN E LIGABUE

C’erano quei momenti tra noi. Come spiegarti. Quei momenti di cui magari hai perso anche il ricordo. Quei momenti trascendentali che mi permettevano di disarmare il mio esuberante pessimismo cosmico. Quei momenti esistenziali che mi permettevano di dire a Woody Allen che non è vero che il bicchiere è completamente vuoto e che la vita è essenzialmente triste. Quei momenti metafisici che mi permettevano di obiettare a Ligabue che non è vero che quando questa merda intorno sempre merda resterà, riconoscerai l’odore perché questa è la realtà. Come spiegarti. E’ come provare a descrivere ad un cieco come sono fatti il rosso e il blu. Non voglio dilungarmi in tenere divagazioni poetiche. Non sono in vena. Ti dirò soltanto che era come durante uno di quei mattini buoni di primavera, era come quando nell’aria c’e il profumo di una torta di mele appena sfornata. Del tipo di quelle che ogni tanto fa mia madre. Non si tratta di orgoglio di figlio ma se non sbaglio ogni tanto ne hai assaggiata una fetta anche tu, quindi almeno sei al corrente del sapore. C’erano insomma quei momenti che al solo pensiero mi corrono i brividi lungo tutta la schiena. Dei brividi che fanno freneticamente su e giù fino a provocarmi un fastidioso bruciore al buco del culo se penso che non posso tornare indietro nel tempo. Se penso che non ho per amico un doc che mi presti una fottuta macchina del tempo all’uranio per ritornare indietro e far prendere un accidente al me stesso sicuro che stesse andando tutto a gonfie vele. A dirgli “attento, prepara la vaselina perché non sarà piacevole. Farà male. Molto male”.
Ed io certe volte vorrei essere al tuo posto per vedere che si prova quando si possiede la sicurezza confortante di essersi assunto la responsabilità di una decisione. Ammesso che tu ce l’abbia. Cioè lo so che si prova. Però vorrei vedere che si prova in questo caso. Vorrei che ci scambiassimo i ruoli per una volta. Perché se tu adesso fossi nei miei panni ti accorgeresti che non è facile. Proprio per un cazzo. Te lo vorrei solo fare provare un attimo. Adesso non so più neanche come ti guardo. Adesso è tutto cristallizzato come le molecole dell’acqua dentro un blocco di ghiaccio. Ce l’ho un bel martello in mano. Mi manca solo la forza per frantumare quel blocco e vedere poi i pezzetti che si sciolgono lentamente in diretta fino a ritornare di nuovo acqua. Ed è proprio vero che l’amicizia non può restare. Non può restare più niente. Possono restare solo un uomo ed una donna che insieme dovevano spaccare il mondo e che adesso non si conoscono più. Possono restare solo un blocco di ghiaccio dentro il freezer della mia testa, un calendario perpetuo fermo al 28 gennaio ed un orologio con le lancette stanche che distruggerò il giorno del tuo matrimonio. Quando verrò con un elicottero a sparare confetti usando un lanciarazzi e a scaraventare sulla tua testa dieci tonnellate di riso. Già lo so che il mio migliore amico, quello che assomiglia un po’ ad Alberto Ferrari ed un po’ a Mick Jagger da giovane che canta nel video di Angel, una di queste (in)gloriose sere, davanti al terzo bicchiere di campari-gin e ad un piatto di salatini, mi dirà che parlo ancora di te. Già lo so che lei che è venuta dopo di te e che pensa che io viva invano in un mondo delirante ed immaginario dirà compiaciuta “Hai visto? Avevo ragione. Pensa ancora a lei”. Ma io non penso a te. Penso a come tirami fuori dalla merda in cui mi hai cacciato. Perché a volte ho paura che tu mi abbia fatto un danno non indifferente. E non c’è nessun perito che possa quantificare, nessun massimale di nessuna assicurazione che mi possa risarcire. Pensavo a questa cosa oggi. Se ci fosse la responsabilità civile sui sentimenti adesso sarei ricco. E me ne starei con gli occhiali da sole su una barca a vela a sorseggiare martini on the rocks. Invece sono qui a mangiarmi un mandarancio raccolto direttamente dall’albero di casa mia e a confrontare il dolce dello spicchio che ho dentro la bocca con l’amaro del boccone che ho dovuto ingoiare. Per giunta adesso io, Woody Allen e Ligabue abbiamo qualcosa in comune. La vediamo più o meno tutti e tre allo stesso modo. E non è insensibilità o cinismo ma solo coscienza dei fatti se penso poi che solo a pronunciare quella parola mi scende il latte alla palle. La parola amore intendo.

Posted by OneImaginaryBoy on 07/01/2005 16:13 | link | commenti (21)
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