venerdì, 09 maggio 2008



Peppino Impastato, ammazzato dalla mafia il 9 maggio 1978

Posted by OneImaginaryBoy on 09/05/2008 22:39 | link | commenti (3)
il capitano è fuori a pranzo

giovedì, 17 aprile 2008

POESIA LOGICA

In pratica ci sono tempi che uno ritiene perfetti
perché il futuro è solo accennato
ed è come un tratto di gesso sulla lavagna nera delle elementari
mentre il presente non è altro che una grande giostra
dalla quale non si vorrebbe più scendere.
Ci sono tempi irripetibili in cui senti
tutto il potere della giovinezza scoppiarti dentro
e la freschezza delle primavere che si succedono
rapide e senza soluzione di continuità,
tempi che pensi infiniti mentre la morte
comincia già a sorriderti e a corroderti lentamente.
Ma tu non te ne accorgi e corri all’impazzata
e prendi per mano una ragazza
e cerchi il senso delle cose
e provi a suonare una canzone fino a notte fonda
tanto l'indomani non c’è scuola
e ancora non sai tante cose
e ancora non hai visto tanti posti,
ancora sei un frutto acerbo
e deliziosa prelibatezza dei vermi,
ancora non sai che prima o poi
i giochi finiranno e sarai davanti al fatto compiuto,
sarai davanti alla sentenza che dovrai soccorrerti da solo
e dormirai dormirai dormirai senza nemmeno osare immaginare
che certi sogni non si avvereranno per niente
e poi ti sveglierai improvvisamente e sarai seduto ad una scrivania,
sarai a spalare la terra sotto il sole,
sarai nella stanza dell’ometto con il maglioncino a V
che ti tende la mano e ti ricorda che sei un professionista
e che sei morto già prima di parlare,
sarai a guardare la foto del pugile con la dedica
e l’autografo bene in vista dentro la libreria,
sarai lì ad ascoltare distratto quanti soldi si prenderà lo Stato
e come arrivare educatamente sull'orlo del burrone.
No, pensi, come è possibile, che di faccio qui,
deve esserci errore, avete sbagliato persona e invece no,
la pacchia è finita amico,
dovrai imbarcarti sugli aerei,
dovrai scalare le montagne,
dovrai fare le code negli uffici
e tutto sarà sempre senza fine e senza inizio.
Tutto sarà un immenso deserto da cui non saprai come uscire.
E il pensiero del viaggio senza ritorno ti giungerà potente
mentre il filo del tagliaerbe si consumerà a contatto
con gli steli verdi che imploreranno acqua.
E capirai che se con la natura non usi violenza lei ti potrà sopraffare.
Ed è così che serviranno le lame ed il fuoco e tu te lo ricorderai per sempre.
E allora innaffierai piante che prima o poi moriranno
e tu con loro nell’inesorabile vortice che inghiotte tutto e si dirige
verso la somma perfezione finale.
E guarderai il sole scendere lento al di là del vetro
e la katana nera che giace sul ripiano più alto del mobile antico.
E cercherai fogli che non ci sono e penne che non scrivono.
E da un’anta crolleranno fotografie di prime comunioni e momenti spensierati.
E potrai morire dentro questo silenzio perché
non vorrai avere più bisogno di niente.
E potrai fuggire perché non c’è più niente da fare.
Ed il canto degli uccelli ti sembrerà sempre il solito suono tragico
che accompagnerà la fine della sera.

Posted by OneImaginaryBoy on 17/04/2008 22:04 | link | commenti (15)
sversamenti

mercoledì, 12 marzo 2008

I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO *

Il tram per Gratosoglio ti portava in dono la stessa inutile alienazione della metro per Maciachini. Con la differenza che il tutto era molto più romantico e rallentato perché su quel cazzo di trenino snodabile vedevi la città intera passarti davanti e le insegne luccicanti dei negozi e gli alberi spogli e altissimi di parco Sempione e le scritte con lo spray sui muri e sulle saracinesce abbassate e le ragazze con il cerchietto fra i capelli e le cuffiette dell’i-pod nelle orecchie. Vedevi le solitudini e le ingiustizie della vita e il mendicante zoppo con il bicchiere di plastica in una mano e la stampella nell’altra avvicinarsi alla mercedes coupè grigia e immobile davanti al semaforo, raccattare una monetina e andarsene lontano verso la felicità al neon di un materasso di cartone, vedevi l’esistenza scivolarti sotto i piedi come l’alternarsi del giorno e della notte, senza poter fare proprio nulla, che anche a voler decidere svolte e abbandoni i tuoi giorni erano contati come i minuscoli granelli di una clessidra implacabile. Bastava restare seduti e guardare tutto al di là del vetro, tipo i punk di via Torino senza più rivoluzioni in testa mescolati alle signore dentro le pellicce e ai poveri sul marciapiede a chiedere l’elemosina “vi prego ho fame” e alle ragazze bellissime e biondissime e drittissime come manici di scopa. Vedevi i volti invecchiare rapidamente. Qualcuno moriva serenamente e qualcun altro tragicamente. Vedevi Cristo immobile dentro le chiese e sanguinante lungo le strade. La gente inginocchiata con le mani giunte a domandare il miracolo e a chiedere la guarigione e a implorare di vincere al superenalotto, e più vedevi i gomiti poggiati sul banco più pensavi alla miseria dell’uomo e agli orribili e terribili ingranaggi dell’esistenza. Inutile scrivere, inutile pensare che questi sono tempi duri e che siamo tutti più poveri, che il petrolio è alle stelle e che non si arriva a fine mese, che la recessione mondiale e la spazzatura ci stanno inghiottendo e che stringe il cuore a vedere gli indigenti dentro i suv che solcano le strade sterrate delle città persi dietro l’ultimo modello di ray ban specchiati prodotti dalla luxottica. Allora è in momenti come questi che ti convinci seriamente che tutto fugge e non ritorna e che non ti resta che correre e che non ti resta che sentire il sudore che ti scola sulla fronte e capire il tuo ruolo e capire che per portare un autentico sconvolgimento bisogna infilarsi dritti dritti dentro il sistema e provare a minarlo e provare magari a distruggerlo dall’interno. Capire che l’unico gesto sensato è non andare a votare e imbrattare i faccioni dei manifesti e andare avanti col vino rosso. Ma poi tua mamma ti accusa di idealismo e ti dice trovati una brava ragazza e sposati e fammi un bel nipotino come il piccolo G. e dammi una vecchiaia serena, non pensare sempre al surf, che cosa hai studiato a fare, per quale motivo ho speso tutti questi soldi, e tu in affitto a Catania negli anni 90 con i libri che ti sommergevano assieme ai sogni di rock ‘n roll e alle chitarre elettriche. Mamma gli rispondi, io aspetto un sovversivo amore e forse prima o poi scriverò il mio romanzo o farò delle fotografie che tutti guarderanno quando sarò morto. Me ne andrò a zonzo senza l’ossessione dell’ufficio e dei lavoracci milanesi e avrò i postumi di una sbronza che indeboliscono l’equilibrio. Sarò molto tranquillo e molto reale e aspetterò di morire senza particolare fretta. Mai più corso Como e mai più Piazza Moscova e il ristorante dello zingaro con l’acquario pieno di pesci tropicali morenti. Mai più la pesantezza del cielo e la tristezza dei fine settimana deserti anche a costo di non vedere più le ragazze ubriache sulle panchine vomitare le loro insicurezze e sbavarsi tutto il rossetto sulla faccia ed essere raccattate dall’amico di turno che le carica premurosamente sulla macchina per portarle in qualche scantinato della Milano bene e giù un leggero tocco di violenza e dimenticarsi tutto il giorno dopo per essere di nuovo in pista con un nuovo e superbo ed elegante calice debordante di aperitivo.

* titolo liberamente preso in prestito da loro.

Posted by OneImaginaryBoy on 12/03/2008 22:13 | link | commenti (21)
tempo un giorno e mi riprendo, sversamenti

lunedì, 18 febbraio 2008

SICUREZZE

“Tanto dobbiamo andare tutti a morire”
dice la signora sfogliando Donna Moderna
mentre aspetta il suo turno
per l’uomo con il camice bianco.
Ingoiamo pillole e scacciamo la morte
ma la morte è proprio dietro l’angolo
e lo sfavillante aereo per Milano è lì
parcheggiato sotto casa che mi aspetta.
Tanto la vita fa schifo
e forse sarebbe bastato bere qualcosa con Léo Malet
per capire quello che non funziona.
Il filo è attorcigliato vicino ai miei piedi
e l’occhio azzurro mi guarda dalla copertina del disco.
Il dottore mi stringe la mano e mi prescrive gli antibiotici.
Il termometro se ne andato in frantumi dopo che mi ero addormentato.
La mia stanza è inquinata e adesso il mercurio chissà dov’è.
Lo specchio invece se ne andato in frantumi
dopo aver visto un’immagine distorta.
Che bello adesso avrò sette anni avventurosi e inarrestabili.
Forse l’inferno esiste e potrebbe essere vuoto.
O forse esiste solo la polvere
che giace silenziosa sulla strada di una notte scura.
A pensarci bene avrei voluto scambiare
due parole con Hans Urs von Balthasar.
Allora forse pure il paradiso esiste
e questo senso di disperazione
per le cose che non si riescono ad afferrare
è più vano di quel vago senso di percezione che si ha di se stessi.
Non vorrei mai smettere di correre.
Non vorrei mai smettere di remare.
Solo quando sono a pancia in giù
e vedo il muro d’acqua che mi svetta davanti
alto, forte, ieratico e più forte del mio pensiero,
tutti i problemi della vita si bloccano.
Solo quando sono sull’onda
per quel fottuto e interminabile minuto,
il tempo si ferma e tutto il resto non conta più.
Cose come dover girare il mondo e spaccarsi il culo.
Un giorno sarò dentro il perfetto tubo blu e tornerò nel ventre materno.
Un giorno sarò nella stanza verde e non avrò più paura della morte.
Un giorno avrò l’inchiostro sotto la pelle
a ricordarmi che lo spirito scivola sulle onde.
E quindi vaffanculo società.
Un giorno non ci saranno più volgari cancelli
di ferro e palazzine azzurre ma solo
il senso dei giorni che passano e delle stagioni che si alternano
mentre me ne starò seduto davanti all’oceano
a scrivere poesie senza senso.

Posted by OneImaginaryBoy on 18/02/2008 21:33 | link | commenti (13)
sversamenti

giovedì, 24 gennaio 2008

IL SIGNOR DESTINO

L’altro terribile segreto degli uomini ha a che fare con il fatto che ciò che ci capita potrebbe essere anche meglio di ciò che vorremmo. Oppure peggio. Ciò che è certo è che le due cose non coincideranno mai. Sono come i due tasselli di un puzzle che non si incastreranno per nessuna ragione al mondo. Tipicamente il puzzle suddetto potrebbe raffigurare un’opera di Escher. Lei lo cercava in alto negli scaffali della libreria e aveva un profilo dolce e lieve e quasi astratto e perfettamente inserito nello spazio di qualche metro quadrato. La caffetteria lì a pochi passi e il brulicare della gente lungo le strade erano solo i dettagli di un pomeriggio di gennaio che aveva qualche vaga somiglianza con certi momenti primaverili in cui dimenticarsi delle giacche e dei maglioni e farsi perforare dai raggi dispensatori di endorfine. Quando tutto gira e precipita verso le strane esplosioni eppure è come se fosse lo stesso congelato in un unico grande istante che sembra filtrato attraverso le trasparenze di una bolla di sapone. Ci sono prese di coscienza curiose. Per cui potrei dire che spesso il mondo mi si dispiega davanti durante i gesti più semplici. Per esempio quando infilo la chiave nella serratura difettosa del cancello o quando mi capita di camminare durante uno di quegli inutili sabati in cui la gente si affolla dentro le macellerie per fare incetta di cadaveri da consumare il giorno seguente oppure dai barbieri per far scorrere rasoi affilati sopra le proprie facce. Due cose per me inconcepibili. Spesso il mondo si esaurisce nel percorrere la strada sotto casa per ritrovare un amico che sembrava perduto e che nell’attimo stesso del suo ritrovamento cominciò a camminarmi a fianco mentre una macchina se ne stava andando tranquillamente a fuoco. Le enormi fiamme che investivano anche i piani alti del palazzo vicino avevano un che di salvifico e purificatore. Così restammo lì a guardare quella luce che squarciava il buio della sera mentre già in lontananza si sentivano le sirene ed un gruppetto di ragazzini appollaiati sui motorini aveva trovato il loro piccolo argomento da spiattellare l’indomani a scuola. Le fiamme però morirono soffocate dalla schiuma che scendeva a rivoli lungo la discesa, così non restò che impegnare il marciapiede e sentire che lui fissò gli occhi di mio padre che inchiodato al letto come Gesù sulla croce gli disse qualcosa come “stai vicino a S.” Mentre camminavo guardando davanti a me pensai che me ne sarei voluto andare e che quelli erano i tempi della morfina e delle cataste di libri sulla scrivania e di un’apoteosi sentimentale che non è mai esistita e dei vent’anni che erano lì per finire inesorabilmente. Quando pensavo che i tempi migliori dovevano ancora venire e capii che non si può confondere la malinconia con la depressione né la nausea con l’amore.
Tutti finì molto in fretta. Ci sono tempi che non ritornano e più si va avanti più si accumulano cose dentro le scatole che prima o poi dovranno essere buttate via. Il portone si chiuse dietro di me e la sedia blu tornò a farmi compagnia. Subito dopo il destino agì per conto suo procurando due biglietti per il concerto del cantante Umberto che presto parlerà di uccelli neri che ricamano stoffe di nuvole e di lepri che rincorrono i profumi del malto che penetra lento tra dente e dente e di cosa riserva la vita. Perché il destino unisce le strade, il destino separa le strade. Il destino è un uomo con un bicchiere di plastica in mano che cammina all’indietro e che ci si para davanti vaneggiando della bellezza prima della piazza in cui scovare baci improvvisi e poi giù verso l’obelisco a pianta esagonale e la fontana del fiume che scorre sotto la città costruita con la lava scura come la pece. Il destino è l’attimo a cui pensiamo dopo, quando siamo al sicuro chiusi dentro le nostre case. Perché è nel momento stesso in cui appoggiamo i piedi per strada o mettiamo in moto la macchina che potremmo andare incotro alla morte. Il destino è una moneta che cade sul fondo del bicchiere ed è l’oscurità dei lampioni. Il destino è rischiare la vita ed è il mare che ferisce e che mi sbatte contro il fondo e contro gli scogli, che mi taglia la mano e che mi risolleva e mi culla e mi diluisce il sangue nelle vene penetrando fin dentro il cervello. Il destino è la disillusione della strada ed è capire che nella vita sia che tu cammini sia che tu stia fermo uno stronzo/a lo pesti sempre. Il destino è un telefono muto dopo il cimitero monumentale di Milano ed è rendersi conto che hanno ragione i Marlene Kuntz che c’è qualche cosa di sbagliato nell’amore, hanno ragione tutti e nessuno. Il destino è non pensare più a niente, tanto l’inverno è finito ed i mandorli sono di nuovo in fiore.

Posted by OneImaginaryBoy on 24/01/2008 00:56 | link | commenti (14)
fatto buon viaggio, sversamenti

mercoledì, 02 gennaio 2008

INTO THE WILD

la fragilità del cristallo è raffinatezza

A starsene seduto in macchina sotto casa contemplando lo scorrere di un’inutile domenica pomeriggio senza vento e senza onde si rischia di osservare troppo a lungo quelle nuvole dal sapore decadente e tormentato già tinte di rosso sangue. Si rischia di fare il tragitto con il sacco nero della spazzatura trascinando le gambe come se fossero grossi pezzi di piombo. Si rischia di concentrarsi troppo sulle croste dei muri scorgendo vaghe somiglianze con i cinque continenti. Distogliere lo sguardo dal cruscotto e dallo sterzo e non vedere. La ragazza appoggiata al portone non sa. Ha lo sguardo ingenuo e tenero ed illuso degli ingannevoli anni dell’adolescenza. Forse si sta cantando in testa una canzone o forse sogna l’amore e pensa che un giorno si sposerà e avrà dei bambini. Forse pensa che quel giorno stenderanno il tappeto rosso e metteranno le piante all’ingresso del palazzo e verrà la parrucchiera e verrà il fotografo e arriverà la mercedes grigia metallizzata con il nastrino bianco sull’antenna e la mamma farà troppa fatica a trattenere le lacrime e il collo di papà sarà stretto dal nodo della cravatta e sulle scalinate della chiesa ci saranno tutti i parenti e le zie con le acconciature orrende che competono ai bei matrimoni di paese e il caro futuro maritino che prima o poi la tradirà sarà lì davanti all’altare con il prete dall’aria infastidita per il riso e i confetti che dovrà spazzare via a colpi di scopa. Sì sì probabilmente per lei la felicità è proprio questa: una vita come quella dei suoi genitori e niente scandali e niente sorprese che l’esistenza è già fin troppo dura da affrontare. La ragazza ha le mani in tasca e fissa un punto indefinito davanti a sé. Il disco vintage è un buon soccorritore e risolve tutto regalando quel senso di leggerezza alle situazioni che prendono una piega un po’ troppo drammatica. La ragazza sale sul motorino e si attacca stretta stretta al ragazzetto per andare a scambiarsi baci e carezze e fumo sugli scogli appuntiti e silenziosi e non pensa più alle parole dalle mamma e di comportarsi bene e di tornare presto e non sa che l’amore è un volgare brodo di ceci. Chissà se conosce le freak c’est chic. Chissà. Io dal canto mio devo muovervi, devo trascinare il sacco nero ed ho la mano stanca, ho la mano davvero troppo stanca e sento che la penna per qualche strana e sconosciuta forma di attrito non scorre bene. Scrivo su un foglio di carta davvero penoso, manco fossi Kerouac o Bukowski, manco fossi qui ad alimentare un’altra leggenda di capolavori buttati già su rotoli e rotoli di carta igienica. Tanto non sono uno scrittore e non cambierò il mondo e niente cambierà mai. Gli anni passeranno e inizieranno e finiranno come anche l’ennesimo Natale che è arrivato puntuale e inesorabile come una lama affilata e pesante. E noi tutti ancora una volta a correre ad accaparrare regali, a strisciare bancomat e carte di credito e a saturare carrelli e sacchetti di plastica e a stringere fiocchetti con i sorrisi ebeti in faccia dimenticando per un attimo che la tredicesima se ne è andata in fumo con la stessa velocità con cui abbiamo letto certi numeretti sulla busta paga. Dimenticando che la sinistra ha fallito, che è vero che ha fallito e quindi adesso voi ditemi su cosa o chi si dovrebbe apporre la crocetta nel segreto segretissimo della cabina elettorale dove Dio ci vede e Stalin no. Voi ditemi a che cosa uno si dovrebbe aggrappare. Si dovrebbe solo andare e partire per sempre e non passare il capodanno a Parigi come fanno le coppiette perdutamente innamorate che si trascinano stanche dentro la vita e verso il check-in. Se non potete farlo o non avete il coraggio di farlo allora guardatevi questo superbo e magnifico Into the Wild e immaginate per attimo di lasciare tutto, di lasciare la vita comoda e gli agi, di bruciare i soldi e di abbandonare la macchina. Immaginate di morire dentro un autobus abbandonato in mezzo alla neve e ai ghiacci dell’Alaska o quantomeno di morire solamente dentro fregandosene di ogni certezza e di un futuro sicuro e di tutti i fronzoli e le inutilità di una vita borghese e perfettina. Immaginate tutto questo e anche voi penserete che Sean Penn si è trasformato davvero in un bravo regista e che Eddie Vedder che ha scritto la colonna sonora di questo capolavoro commovente e coraggioso anche senza i Pearl Jam è pur sempre Eddie Vedder e cioè un uomo da ammirare, perché è una rockstar defilata, perché è uno spirito selvatico, perché fa surf e perché ha visto la morte in faccia alle Hawaii.

Posted by OneImaginaryBoy on 02/01/2008 00:09 | link | commenti (25)
che succede fuori di qua, sversamenti

giovedì, 06 dicembre 2007

INADATTO AL VOLO

Il concetto sarebbe che, comunque, ogni volta che voltiamo la testa da una parte è proprio dalla parte sbagliata, quasi come se fossimo stati progettati solo per quell'unico ed inutile scopo.

Viene presentato oggi, alla Fiera di Roma della piccola e media editoria, il libro "Inadatti al volo", un'antologia di racconti di 37 bloggers. Il tema è quello della malattia, trattato senza piestismi e atteggiamenti di commiserazione ma attraverso punti di vista ironici e originali. Dentro ci trovate pure un mio racconto dal titolo "21 gocce prima del buio".

Non posso che dirvi di comprarlo, perchè una parte del ricavato (gli autori non prendono un euro) della vendita del libro andrà a finanziare le attività di ricerca della Fondazione "Antonio Valentino" attiva da anni sullo studio delle Cardiomiopatie Familiari Aritmogene.

Posted by OneImaginaryBoy on 06/12/2007 14:19 | link | commenti (7)
una bottiglia da stappare

lunedì, 26 novembre 2007

EVERYTHING IS VANITY

Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene - Moltheni

Ho un segreto e il segreto è che la verità è una ed una sola e cioè che nessuno di noi è speciale, pensateci bene, siamo solo le frasi dei libri e i dialoghi dei film e i titoli delle canzoni. Siamo solo delle foto incorniciate dentro un quadretto e delle belle parole da snocciolare mentre il fruscio della ventola squarcia il silenzio che preme con violenza sulle pareti della nostra cameretta. Siamo solo un’idea, la materializzazione lontana e idealizzata dei nostri desideri e delle nostre mancanze. Non c’è niente di tragico o di drammatico, state tranquilli e mettetevi a sedere e chiudete gli occhi e incrociate le braccia per qualche secondo oppure per sempre. Basta tenere tutto sotto controllo e cercare di muoversi con la giusta circospezione e con un certo senso vigile e sarà sostanzialmente così che arriveremo alla fine della giornata e ci tireremo la coperta sopra il mento e spegneremo la luce e la testa ci crollerà sul cuscino e dimenticheremo per qualche ora i brutti pensieri e saremo di nuovo come nuovi oppure ancora più stanchi e curvi e ripiegati su noi stessi. Il trucco in pratica è quello di non avere nessuna paura ma solo un bel coraggio smisurato perché tanto c’è lo spirito di adattamento che ci viene incontro tendendoci la mano acuminata, quell’amichetto buontempone che ci salva e che ci fotte allo stesso tempo. Perché tanto è sempre e soltanto la solita storia. Chi ci vuole bene ci fa piangere e chi ci vuole male ci fa ridere. Non lo sapevate?
Sì sì vi dico di pensarci bene. Io farò lo stesso mentre realizzo che la vita non fa altro che procedere come la puntina di un giradischi che scorre su un vecchio e impolverato 33 giri che ho ritrovato giù in garage. Eppure è pur sempre il caso di dire che lo spettacolo del momento è la vista degli ulivi scossi alternativamente dai venti provenienti da nord e da sud e delle nuvole minacciose che portano in regalo la pioggia di novembre e di una bella scrivania dove passare il resto dell’esistenza a meno che non sopraggiunga la decisione di comprare dell’esplosivo e di buttare tutto all’aria o di fare un sabotaggio o qualche scherzetto o di non pensarci più bevendosi un caffè amaro che più amaro non si può.
Perché come credo di aver già detto in un tempo non troppo lontano bisogna perdere le cose, nel caso in questione bisogna ritrovarsi nel tunnel sotterraneo senza soldi. Con il treno che è già partito verso il buio maledetto a sfamare un derelitto o a far sogghignare la genialità di un ladro. Con le mani che frugano dentro il giubbotto ed il panico che si potrebbe tagliare a fette. Con l’espressione annoiata del poliziotto seduto dall’altra parte del tavolo che batte sulla tastiera l’elenco delle cose che avevi fino a mezz’ora prima. Con i salti da un taxi all’altro nel cuore della notte gelida e forsennata. Ma perdere qualcosa equivale sempre a trovare qualcos’altro. Equivale a stringersi alle braccia di un cappotto rosso e nero e a camminare e salire le scale mobili e a dividersi una bottiglia di vino ed il freddo che taglia gli occhi e la fronte e a ridere e scherzare e a provare a scattare fotografie con una reflex. Equivale a sentire in sottofondo Manuel Agnelli ed Umberto Guardini e Francesco Bianconi mentre intorno tutto quanto sembra un monumento bellissimo ed eterno e indistruttibile, mentre anche il cielo sembra di un blu infinito e forse ancora più blu dell’abisso stesso e in giro non c’è proprio nessuna nebbia ma una danza brasiliana ed una mostra di foto e un trancio di pizza e lei che tira fuori una lucky strike e accende la fiammella al centro della piazza. Equivale a crollare sul letto e a rannicchiarsi cercando una coperta che giunge presto come il più lieve dei conforti che si possano desiderare, come il fiato di cui avevo bisogno per respirare dopo la più lunga e tormentata delle apnee, come il libro Verderame che inizia con la lumaca dimidiata da un preciso colpo di vanga, come l’estate del 1969 che sembrava lunghissima ed interminabile, come la sensazione che alla fine tutto potrebbe deteriorarsi e perdersi in maniera definitiva. Come il sonno che ancora una volte mi vince e ci vince mentre siamo sulla sedia a domandarci cosa fare domani e l’indomani e poi l’altro ancora.

Posted by OneImaginaryBoy on 26/11/2007 22:32 | link | commenti (14)
fatto buon viaggio, tempo un giorno e mi riprendo, sversamenti

mercoledì, 24 ottobre 2007

IL SENSO DI S. PER IL MARE

Oh com’è bello sentirsi unici e irripetibili e incontrastati ed immortali e poi accorgersi di essere soltanto un misero granello di sabbia nel deserto dell’universo, un pulviscolo di polvere, un atomo infinitesimo, niente di particolare e di importante nella merda che ci avvolge e ci copre e ci sommerge e ci sovrasta e ci soffoca e ci butta a fondo e ci offre la vanità di un comodo e tenero riparo. Il problema fondamentale è che i tasselli certe volte non si mettono al posto giusto ma se ne vanno per i fatti loro. Non c’è nessun disegno o piano particolareggiato o libretto delle istruzioni ed il disordine diventa la parola d’ordine e al tempo stesso l’atto supremo di questa vita o di questo sogno o di questo incubo o di questa passeggiata nella valle delle valli della gioia, del dolore, dell’amore, della morte, delle lacrime, dell’affanno, dell’inganno e della fatica sotto il sole che nasce e muore sopra le teste di tutti. Chiamate pure come vi pare il gesto di mettere i piedi fuori dal letto e di imbracciare il fucile. Nel mio mondo c’è un po’ troppa ripetizione ultimamente. La sveglia e la macchina e la scrivania e la caffettiera sono sempre al solito posto, a darmi il conforto che compete agli oggetti familiari. Eppure la super visone di una sera fu quella del piccolo G. lanciato in piedi in una specie di corsa scomposta, senza cadere, senza crollare al suolo, senza piangere, senza preoccuparsi, con il sorriso stampato in faccia, fino ad arrivare con le mani sul muro del corridoio, nel buio di quel corridoio della casa di sua nonna, fino a voltarsi verso il ragazzo immaginario quasi a voler dire hai visto che ce l’ho fatta, hai visto che mi sto lanciando nel baratro di questa vita fino a quando non ci sbatterò il muso e cadrò e mi rialzerò e cadrò e mi rialzerò ancora fino a quando non sarò definitivamente stanco, fino a quando non sprofonderò sul materasso e ripenserò all'innocenza dei gesti e alla giovinezza e al tempo che è stato. Il super pugno di un pomeriggio fu invece quello del ragazzino sprofondato sulla sedia a rotelle nel balcone del primo piano. Mi sembrava un passeggino e invece era una di quelle sedie elettriche da comandare con una leva e lui ci giocava e faceva un po’ avanti e indietro e mi guardava mentre uscivo dal garage e mettevo in moto la vespa e mi infilavo il casco, sì è così, lui mi guardava e non distoglieva lo sguardo ed io ho visto quegli occhi e quegli occhi hanno visto i miei e così ho spinto forte col piede sul pedale dell'accensione e poi mi sono fermato ed ho allentato l’acceleratore riflettendo un attimo, pensando a tutte le mie cazzate, pensando alle cose senza importanza e a quelle che ce l’hanno, pensando alla scrittura e a tutti i possibili modi per salvarsi e per venirne fuori ma ero come incatenato, ero come annientato, ero come paralizzato, era come quando si fanno certi sogni in cui non riesci a muoverti e lo sai che stai sognando me sei come bloccato contro il letto e contro il cuscino nell’oscurità della tua stanza eppure poi lo stesso ho girato la manopola e me ne sono andato, me ne sono andato sentendomi quegli occhi addosso, sentendomi in colpa di poterlo fare, sentendomi un ingrato mentre davo gas proiettando con la ruota sassolini dietro di me. Il problema è che sempre i tasselli se ne vanno per i fatti propri e che una volta che si sono superati i trent'anni le feste di compleanno sono gli eventi più tristi a cui partecipare. Non bastarono la tavolata con le tartine ed una infinità di dolci e la musica anni '80 e video killed the radio stars e crollare sulla sedia di vimini con il conforto del vino ed i sorrisi di certe ragazze ammiccanti e senza senso e alla fine mettere in moto alzando il volume e tornare a casa fondendosi con la notte. Quello fu solo il trionfo della fine dell’estate. Fu come l’inutilità dei giorni che precedono l’inizio della scuola. Tutto passò molto in fretta perchè tutto è relativo nella nostra epoca e infatti in un momento come questo non si poteva non supporre che la morte non esiste e che tutti quanti siamo destinati alla felicità. Quindi potrebbe trattarsi della prova generale visto che gli attimi supremi e perfetti arrivano sempre nei momenti più impensati, proprio come le onde, come il vento e come il mare dentro cui finire con un colpo di albero nella testa ed il muso e i denti contro la tavola ed uno stiramento alla gamba che è spuntato ed è scomparso nell'arco di un giorno solo. C’è un’onda in particolare che è arrivata all’improvviso e senza preavviso, che è venuta da lontano portando con sé tutta la sua eterna bellezza e che non frange, non procede scomposta, ma mi viene incontro e mi fa spalancare gli occhi, mi butta al tappeto e mi fa avere coraggio, mi solleva e mi sospinge, non travolge ma mi abbraccia in una estasi di schiuma bianca dandomi pace e donadomi sorrisi e occhi sgranati. Ed io la guardo, la osservo e la attendo e non vorrei nient’altro che lei e il senso di tutto quanto adesso è proprio questo.

Posted by OneImaginaryBoy on 24/10/2007 00:10 | link | commenti (14)
sversamenti

martedì, 18 settembre 2007

THE WAY OF WATER

Dietro gli occhiali neri c’è la strada che si inerpica lungo le colline. L’estate impazza, corrode, liquefà i sentimenti e tutto quanto è come un’enorme scia trascinata dalla marmitta della macchina incidentata. La sabbia e la salsedine sono distribuite in egual misura che appena qualche giorno prima si fece in conti con venticinque nodi di vento da domare e da addomesticare. Il terminal nuovo sembra un grande acquario. I viaggiatori hanno le solite facce stanche e compiaciute. Mettono i bagagli ai raggi x e si tolgono le cinture e gli occhiali da sole e tutti gli oggetti di metallo e si separano del cellulare e passano alzando le braccia e si incamminano verso le loro mete e verso il cielo. I paesini del Veneto finiscono tutti con una sillaba poco carina e tutto intorno ci sono i campi di mais dove vien voglia di correre dentro a perdifiato. Sul sedile accanto lei tiene il volante ed ogni tanto si accende una sigaretta eversiva che aveva avuto l’ardire di fuggire dal pacchetto. Scappai dal clamore del ferragosto senza che fosse necessario scappare. E così ho percorso le stradine della città acquatica con l’illusione della biennale e con la scoperta di un teschio fatto con le pentole della cucina. Venezia romantica e sonnolenta se ne sta e se ne starà per sempre acquattata dentro la sua laguna con i giapponesi ed i cinesi che fanno l’invasione e che sono in ogni luogo. Vista l’assenza di automobili potrei viverci, così come potrei vivere in qualunque luogo che abbia a che fare con l’acqua. Ma adesso il ventilatore è diventato di nuovo d’acciaio. Oltre le fessure della serranda c’è il solito mondo violento e malato. Triste come il mare piatto e noioso come la domenica con il calcio e la formula uno in primo piano. Oltre le fessure ci sono rumori sconosciuti e familiari. C’è il telefono che squilla a vuoto e c’è la guerra che non finisce mai. La gente che parte alimenta le illusioni della fuga, la gente che muore rende verità e giustizia al mondo. Tutto è futile e dannoso, tutto è come un foglio di carta svolazzante durante una giornata senza via d’uscita. Così ha senso solo il sibilo del vento sulla vela, solo l’onda che spinge dietro, solo la sensazione che Dio abiti pure nella schiuma che travolge, solo la tempesta che sale nell’arco di cinque minuti e fa fuggire verso le loro confortevoli case i bagnanti sonnolenti e distratti. È proprio durante un preludio di ponente che ho capito che se non fosse per i genitori i bambini sarebbero individui estremamente coraggiosi. Continuerebbero a costruire castelli di sabbia imperterriti ed indifferenti alle intemperie. Il problema reale e che l’età adulta è il lasciapassare per l’aridità. Non vorrei fare questa fine così mi auguro presto di portare sul palcoscenico una scappatoia ben congeniata. Nel frattempo ho fatto un bel pacchettino ed ho distrutto il mio passato regalando la macchina di cui sopra, quella degli anni a cui penserò con nostalgia quando qualcuno avrà l’ingrato compito di cambiarmi il pannolone. Ma credo che non succederà, perchè facendo due calcoli l’eutanasia per allora dovrebbe essere legale ed ampiamente di moda. Niente discussioni infinite e niente etica e niente referendum e niente salotti. Un’iniezione o qualunque gesto di misericordia cristiana che sia in grado di restituire dignità a chi vuole uscire di scena. Comunque penserò di certo a questi anni. Perché io, essendomi formato alla scuola di Proust, sono un inguaribile rievocatore malinconico del passato perduto. Chissà se almeno sarò stato in grado di scrivere un libro o se almeno avrò girato il mondo. Per il momento le uniche cose che ritengo possano dare un certo significato all’esistenza. Tutto il resto procede sul solito binario della consuetudine. Il piccolo G. ha compiuto un anno, si arrampica sui pomelli delle ante dei mobili e cerca di stare in piedi. Butta a terra i pacchi di pasta e i barattoli di fagioli, gioca con gli animali finti e pronuncia suoni di ogni tipo. Mi guarda e mi sorride dal profondo dei suoi occhi-fanale. Deve farne ancora di strada il bimbo. Ed io pure. Non si salta ruotando in avanti dall’oggi al domani. Non si sale in cielo senza prima mettere a repentaglio costole e caviglie. E’ per questo che dovrei smettere di giocare a fare lo scrittore, mettere da parte chiacchiere e agire e sapere di poter morire in pace solo quando avrò imparato a fare un push loop into front loop.

Posted by OneImaginaryBoy on 18/09/2007 00:49 | link | commenti (15)
fatto buon viaggio, sversamenti

martedì, 21 agosto 2007

RITORNI *



* omaggio a Paz

Posted by OneImaginaryBoy on 21/08/2007 13:32 | link | commenti (22)
fatto buon viaggio, tempo un giorno e mi riprendo

martedì, 24 luglio 2007

IL CENTRO DELLE COSE
 
Voi siete belle, ma siete vuote. Non si può morire per voi.
Il piccolo principe
 
Bonjour tristesse mi tocca ancora infilare la chiave nella portiera e mettere in moto il carretto verde ed andare al fronte a scansare i proiettili vaganti e nascondermi dietro i cespugli e maledire il fuoco amico e rovistare negli anfratti della memoria e recitare una preghierina oppure una bella cantilena e provare ancora una volta a salvare la pelle dai kamikaze attentatori della mia preziosa libertà. Sto per diventare nostalgico quindi dirò che un tempo non c’erano orari ed obblighi e cartellini da timbrare per riuscire a galleggiare nel mare di questa pazza pazza società e di questo folle folle mondo di tasse, bisognava soltanto tradurre le versioni di Cicerone e fare le interrogazioni, risolvere i problemi di geometria e studiare qualche funzione da quattro soldi, fare le linee diritte e capire il limite per x che tendeva ad infinito, temperare le matite e disegnare a chiaroscuro, parlare del moto rettilineo uniforme e del secondo principio della termodinamica, stare un po’ composti nel banco e soffocare le risate senza senso indotte dal compagno seduto affianco mentre la professoressa di italiano ci parlava degli scrittori e dei più grandi poeti di tutti i tempi, mentre apriva le pagine sopra la cattedra e ci raccontava di Ugo Foscolo e di Giacomo Leopardi, mentre la mamma di filosofia ci spiegava la sinistra al potere e la critica della ragion pura e l’approfondimento storiografico sul fascismo del polemico Renzo De Felice e come fare un buon tema di storia agli esami di maturità del ’94. Allora c’era la gita in Toscana ed il vagare scolaresco a Firenze, c’era la visita alla tombe immortali dei “Grandi" e alle stanze d’albergo delle compagne di classe. Allora c’erano gli occhi dolci di Valentina e quel suo modo di inclinare la testa e di camminare, c’era l’odore della pelle giovane e fresca misto al profumo dei vestiti appena lavati, c’erano i capelli lunghi e le giornate senza tanti pensieri, allora c’era solo da mettere in moto la vespa bianca nelle sere ovattate di maggio degli anni novanta e vedere quegli occhi che mi venivano incontro, c’era la perenne salsedine giornaliera ed i tornei di ping pong sotto le tettoie fatte con le canne di bambù, c’erano i tuffi dal trampolino ed i cornetti algida, c’erano gli accordi grunge sulla stratocaster ed i gruppetti che nascevano e morivano nel giro di una settimana, c’era ancora qualche disco in vinile e c’era il dj che sapeva intavolare certe colonne sonore buone a rubare baci estivi, allora devo confessarlo, non c’era mattina e non c’era sera, non c’erano sabati e non c’erano domeniche, si cresceva lentamente credendo di campare per sempre e che l’amore fosse davvero la risposta, allora si leggeva Hemingway e si pianificavano viaggi avventurosi e chi aveva trent’anni sembrava già un vecchio che da lì a poco aveva da mettere su famiglia e fare dei figli e diventare un bravo cittadino rispettoso delle regole e guadagnarsi la pensione e lasciare un bel ricordo agli amici e ai parenti affranti quando sarebbe finito tutto, quando l’ultimo colpo di teatro sarebbe stata la processione dietro una station wagon scura.
Adesso c’è questo perenne esistere. C’è lo sconcerto del sole che ancora riesce a perforare il terreno e che alla fine uccide. C’è la scrittura che continua ad essere la reazione uguale e contraria alla tragedia e alla miseria dell’umanità. C’è il vicino che viene a chiedermi in prestito la scala di alluminio facendomi deviare il percorso della penna. Ci sono sempre le rose da potare e per le quali non si può morire. C’è un cane che muore sul terrazzo con il padrone piangente che si accovaccia accanto a lui accarezzandolo per due ore. C’è un altro cane che mi taglia improvvisamente la strada nel cuore del centro di un sabato sera facendo diventare il fanale ed il paraurti soltanto un vago ricordo. E quindi adesso potrei prendere la macchina e spingerla già da un burrone, cancellare un po’ di malsano passato da quei sedili. Mi sentirei più libero e più leggero. Potrei buttare un bel po’ di cose che non mi servono e anche quelle che mi servono. Oppure potrei starmene tranquillamente seduto ad aspettare. Ma non posso. Aveva ragione Antoine che qualunque cosa fai tu sempre pietre in faccia prenderai. Non posso nemmeno sbucciarmi una pesca durante una pausa di cinque minuti in prigione senza che questo desti curiosità e porti inevitabilmente a lunghe dissertazioni sul vegetarismo. Senza che tutto ciò causi orrore, sbigottimento ed incredulità nella faccia dei colleghi. Ma io non ho più voglia di spiegare, non ho più voglia di controbattere, non ho più voglia di motivare e parlare di macelli, di scienza, di proteine e di salute, non ho più voglia di dire che è meglio non mangiare più cadaveri, non ho più voglia di ribadire che ora sto meglio, sto molto meglio e che adesso ho sensazioni interiori diverse. Così me ne resto appoggiato alla ringhiera del balcone del sesto piano a masticare il frutto giallo cercando di ignorare i volti scandalizzati ed esterrefatti. Me ne sto lì a guardare il mare amico lontano e a pensare al baratro lavorativo dentro cui mi trovo, al caos continuo, a questo eterno essere senza fissa dimora e alle ferie concesse solo da pochi giorni. E così addio Portogallo ed addio Marocco che un paio di compagni stanno già salendo sull'aero, addio oceano ed addio muri d’acqua alti tre metri, per il momento non ci vedremo. E così, mentre penso a questa bella tragedia, me ne sto lì a contemplare il nocciolo che mi resta in mano. Pensando che forse il segreto è andare al centro delle cose, che bisogna sempre togliere la polpa e che aveva ragione anche l’altro Antoine, che l’essenziale è invisibile agli occhi.

Posted by OneImaginaryBoy on 24/07/2007 23:37 | link | commenti (26)
graffiti, tempo un giorno e mi riprendo, sversamenti

lunedì, 02 luglio 2007

FUOCHI FATUI D’ARTIFICIO

Se non puoi fare niente, che cosa puoi fare? (Koan zen).

Il mondo crolla proprio mentre la luna comincia a crescere. Proprio mentre Agata ancheggia e si muove sensuale con la chitarra a tracolla cantando che Dio ti benedica Signora Robinson, il cielo riserva un posticino per chi prega. Il mondo crolla al suono di un violoncello, proprio mentre una ragazzo e una ragazza se ne stanno seduti su un gradino di cemento senza proferire parola, proprio mentre un silenzio terribile e definitivo passeggia sopra la testa di un’altra di quelle coppie che non hanno più niente da dirsi. Il mondo crolla con sommessa discrezione e raffinato stile. Senza clamore e senza tragedie. E non si cura della polvere e non si cura delle macerie e di chi resta intrappolato sotto. Così adesso sarà necessario sorridere a tutti i costi e sfoderare una benevolenza difficile e contorta ed indecifrabile. Così adesso sarà necessario prendere atto che anche le cose apparentemente innocue possiedono un lato piuttosto tragico.
Il fatto è che ero andato a fare la rivoluzione armato di entusiasmo e buoni propositi ma ho dovuto abbassare la voce e rientrare nei ranghi. Il fatto è che a volte dimentico l’imperativo che è meglio non aspettarsi niente da nessuno. A volte dimentico pure le vie per raggiungere la tranquillità zen. A volte vorrei essere soltanto un monaco buddhista.
L’estate ormai mi si è appiccicata addosso come un colla. I giorni di giugno fondamentalmente sono stati come le gocce di un rubinetto rotto. Sono caduti con cadenza regolare tutte le volte che mi sono avvicinato al lavandino di mattina presto per prendere l’acqua con le mani e buttarmela in faccia. L’occultazione di Venere è stata l’unica cosa che ha dissolto il torpore causato da una persistente cappa umida. Nel frattempo la Sicilia se ne è andata un po’ a fuoco ed ettari su ettari di ulivi e di macchia mediterranea sono diventati cenere come se niente fosse. Durante l'inferno sono passato attraverso un tunnel di fumo nero e quasi non riuscivo più respirare. Poco distante un po’ di gente versava lacrime perché stava assistendo allo spettacolo delle fiamme che inghiottivano le loro ville in collina. Sono uscito dal tunnel e sono andato a tuffarmi dallo scoglio bianco con il mare che sembrava olio e con il cielo che aveva perso il suo colore originario assumendo toni opprimenti. Forse erano le prove tecniche dell’apocalisse oppure l’ennesima conferma della piccolezza del genere umano. E mentre andavo sott’acqua scansando tutti i brandelli neri dell’incendio che divampava da qualche parte su in alto, mi sono accorto che ci sono momenti in cui so che comportamenti e decisioni influenzeranno il futuro. E non serve ridipingere la casa o tagliare l’erba o innaffiare i gerani. Il sole tanto sorge e tramonta e batte lo stesso sullo stolto così come sul sapiente ricordando puntualmente la necessità di tenere bene a mente il libro di Qoelet.
Poi si faceva sera e lo stato invisibile della cose mescolato al sale che mi restava sulla pelle mi annientava l’anima proprio quando i lampioni d’acciaio rimanevono spenti e la donna vestita di nero continuava a rovistare in mezzo all’immondizia proseguendo il suo cammino silenzioso tra il guard-rail e lo sfrecciare delle mercedes decappottabili. Le insegne luminose dei negozi e dei supermercati vegliavano sulla fine di un altro giorno senza gloria. Le ragazze di calzedonia mi guardavano dal manifesto senza sembrare né serie né allegre. Ragazzi in motorino con il telo mare sotto il sedere fendevano la pesante aria estiva tenendo una sigaretta tra le dita e assaporando una libertà che non tornerà mai più e della quale adesso non si rendono conto. Probabilmente sono gli stessi che presto andranno a comprare bombolette spray per poi svuotarle con scritte del tipo principessa ti amerò per sempre e io e te 3 metri sopra il cielo sul muro scrostato che svetta davanti alla finestra della quindicenne di turno. Tutto il resto non è altro che il resto che se ne va per i fatti suoi come la corrente che è indifferente alle bracciate scomposte di un naufrago. Nei momenti liberi non mi organizzo per niente e continuo a rimandare l’espatrio così come la traversata in solitaria dell’Oceano Atlantico, e più rimando le decisioni importanti più resto invischiato dentro le sabbie mobili di questa vita che è come un’istantanea che il tempo lentamente corrode ed ingiallisce. Nel frattempo c’è chi sta a mille e più chilometri di distanza ed in silenzio se ne va per le strade ad ammirare fotografie. Nel frattempo i fuochi sono stati domati e così il mondo è tornato alla normalità riempendosi i polmoni con una brezza inattesa e perfettamente adatta a rinfrescare l’aria che già è satura dell’ottimo suono di un disco nostalgico ed esistenziale.

Posted by OneImaginaryBoy on 02/07/2007 23:20 | link | commenti (14)
fatto buon viaggio, sversamenti

venerdì, 15 giugno 2007

LE ONDE DEL DESTINO #2

Che cosa occorre per essere felici? Un poco d’inchiostro. 
Jacques Rigaut

Devo convincermi che la scatola appesa al muro è soltanto un oggetto invisibile color noce e che la parete che rimane sulla sinistra durante i passi lungo la strada buia ha la scabrosità ideale per finirci contro. Ed io certe volte ho lo sguardo giusto, l’occhio vigile e sicuro e attento, il passo svelto e morbido e felino, nonostante da poco mi sia accorto di come la mia decisione abbia permesso che la felicità sopita di qualcun altro potesse esplodere come una bomba atomica dai mille colori.
Due anni di lavoro dipendente mi stanno facendo ragionare sempre più intorno al fatto che lo stipendio non è altro che un contentino che non giustifica affatto l’inserimento nel sistema, almeno non in questo genere di sistema. Non so il resto dell’umanità ma io, quando compro qualcosa, mi sento assolutamente fuori luogo, con dentro qualcosa di vagamente somigliante ad un’amarezza infinita. Così ho capito che l’equazione è davvero molto semplice e che il prezzo della libertà è la mancanza della libertà stessa. Ed è la schiavitù che mi premette di poter prendere l’oggetto di turno dallo scaffale e di trascinarmi verso la cassa pensando e ripensando all’isola deserta sulla quale potrei andare a vivere. Lontano dall’Italia malata e dalla mancanza di tempo e dalle tasse e dal commercialista e dalle continue chiamate dei gestori telefonici. A tutto questo si aggiunge il piccolissimo particolare di come Milano sia oramai diventata uno spettro che mi cammina a fianco. Così come Jacques Rigaut, nel suo dandysmo estremo, se ne andava in giro con il suicidio appuntato all’occhiello, così è per me nei confronti di quella fottuta città che assomiglia sempre di più ad un fantasma che mi si materializza davanti senza preavviso. Lei prende e decide e disfà i piani e separa le persone e manda tutto all’aria e finisce dentro la registrazione di un telefonino durante una passeggiata sul lungomare nero nero con la luna che a un certo punto prende a sgomitare prepotentemente tra le nuvole.
E poi c’è da aggiungere che la tragedia possiede davvero mille sfaccettature. Una di queste abita comunemente dentro quelle canzoni di tre minuti che non dovrebbe finire mai e che invece alla fine finiscono. Quando finiscono le canzoni che vorresti durassero ancora un po’ si sente un tonfo sordo da qualche parte dentro lo stomaco che non si riesce a spiegare. Si capisce solo che c’è da fare i conti con qualcosa di inesorabile, una qualche tipologia di cancro che corrode lentamente le stagioni felici e prive di pensieri.
Che la vita imponga i suoi dettami senza possibilità di replica non mi interessa più di tanto. Tanto tutto si perde e ritorna nella polvere. Per esempio una sera la macchina ha perso improvvisamente le pasticche dei freni. Accorgersene tutto sommato è stato abbastanza semplice. Io ho spinto sul pedale del freno quando era ragionevolmente giunto il momento di spingere sul pedale del freno ed ho sentito il vuoto, un vuoto tremendo e desolante. Allora mi sono preparato allo schianto ma un miracolo o il caso o un inceppamento nel meccanismo di aumento dell’entropia generale dell’universo ha voluto che le ruote finissero di girare appena in tempo. Non c’è niente da fare, ormai è un continuo scampare dalle catastrofi. Da qualche giorno inoltre la vita condannata è la sorpresina che aleggia e volteggia bellamente nell’aria. Ogni mattina infatti andare al lavoro è come andare in guerra. Con quel rumore di sottofondo che non vuole congedarsi dalla sveglia delle sei, con i passi pesanti di chi abita al piano di sopra, con le posate d’acciaio che sbattono contro la superficie del lavello in mezzo alle bolle del detersivo. E poi c’è da aggiungere che le nuvole si beffano di me sempre in maniere molto intelligente, arrivano sempre quando riesco a guadagnare la libertà. Per fortuna qualcuno mi ha rincuorato riconoscendomi una certa imprevedibilità ma lasciandomi lo stesso un sapore piuttosto amaro nel palato. “Hai gli occhi rassegnati” a un certo punto ha detto mentre si metteva a giocare con i bordi della pizza finendo di versarsi la birra e tappandosi il naso come quando si prova ad andare a fondo sempre in quel mare nero nero. “Ho avuto una giornata pesante ma è anche vero che la vita non lascia scampo, baby” ho risposto. E poi nel mezzo ci sono state strade irreali, deserte e spettrali che mi hanno fatto convincere di non poter rinunciare al mio spazio personale lontano dal mondo. Pareti bianche e pavimento rosso sotto un sole accecante. Piante di banana e fiori di oleandri che cadono al suolo come la pioggia di settembre che sa inondare tutto. Lì ho capito che a tutti coloro che cercano la verità si potrebbe rispondere che basta osservare il gatto che prima si mette a cacciare la lucertola e dopo se la ficca in bocca come se stesse pensando ad altro lasciandola infine inerme e moribonda davanti a sé. Che probabilmente la verità non esiste e la vita non è altro che un eterno fuggire dai problemi e dalle preoccupazioni che non si riescono a sconfiggere. Tanto la zampa assassina prima o poi cade come una scure anche sopra le nostre teste. Tanto le canzoni finiscono lo stesso e la scatola appesa al muro continua ad essere l’artefice del sogno e al tempo stesso di una pacata e contenuta disperazione.

Posted by OneImaginaryBoy on 15/06/2007 22:11 | link | commenti (19)
sversamenti

domenica, 27 maggio 2007

RAPIMENTI E CATENELLE

In pratica sono stato assente perché una sera, mentre guidavo tranquillamente in mezzo ai boschi tornando da una festa, ho visto in cielo tre sfere di luce che viaggiavano e roteavano a velocità grandissima. Subito mi sono detto: “Ecco i soliti alieni, sempre in vena di gesti eclatanti e plateali”. Allora ho rallentato, ho accostato annoiatamene a bordo strada e sono sceso, notando che nel frattempo le luci si avvicinavano verso di me. Mentre pensavo a tutte le cose che avevo da sbrigare il giorno dopo e facevo mente locale su quello che avevo bevuto fino a qualche minuto prima, ero consapevole del fatto che sarei stato vittima di un ordinario rapimento alieno, niente di particolare, la solita storia da raccontare come ospite in qualche programma altamente culturale in stile “I fatti vostri”. Così non ho opposto resistenza ed ho aspettato. All’improvviso deve essere successo qualche sbalzo spazio-temporale, perché mi sono ritrovato dentro un’ astronave chiamata Splinder dove in un baleno mi si è parato davanti un essere molto glam perfettamente identico a Ziggy Stardust che mi ha subito detto: “Non aver paura umano, mi manda il buon Igor, quello di Worldwatch, sto facendo un’indagine molto accurata tra voi poveri utenti di quella cosa virtuale che chiamate blogosfera, devi semplicemente spiegarmi cos'è il rock in 25 singoli, altrimenti ti polverizzo col mio deretano”... Io ovviamente sono rimasto allibito, mai e poi mai nella mia vita avrei pensato di essere minacciato in tal modo da un sosia di David Bowie-polvere di stelle. Allo stesso tempo ho tirato un sospiro di sollievo pensando all’altra possibile minaccia inerente il culo che un tipo così avrebbe potuto farmi. Così ho subito detto: “Adesso calmati David, qui nessuno deve farsi male, fammi pensare un attimo…” dopodiché ho aggiunto: “Guarda, se non sbaglio il rock (e non solo) lo puoi capire con i seguenti pezzi, dentro ovviamente c'è pure la tua musa ispiratrice” :

1. Blue Suede Shoes - Carl Perkins (1956)

2. Johnny B. Goode - Chuck Berry (1958)

3. My generation - The Who (1965)

4. Satisfaction - The Rolling Stones (1965)

5. Like a rolling stone - Bob Dylan (1965)

6. Good Vibrations - Beach Boys (1966)

7. Purple Haze - Jimi Hendrix (1967)

8. A day in the life - Beatles (1967)

9. I'm Waiting for the Man - The Velvet Underground (1967)

10. Break on Through (To the Other Side) - The Doors (1967)

11. 21th Century Schizoid man - King Crimson (1969)

12. Stairway to heaven - Led Zeppelin (1971)

13. Walk on the wild side - Lou Reed (1972)

14. Heart of gold - Neil Young (1972)

15. Time - Pink Floyd (1973)

16. Anarchy in the U.K. - Sex Pistols (1977)

17. Heroes - David Bowie (1977)

18. London Calling - The Clash (1980)

19. One hundred years - The Cure (1982)

20. Sunday Bloody Sunday - U2 (1983)

21. There Is A Light That Never Goes Out - The Smiths (1986)

22. Master Of Puppets - Metallica (1986)

23. Where Is My Mind? - Pixies (1988)

24. Smells Like Teen Spirit - Nirvana (1991)

25. Paranoid Android - Radiohead (1997)

"Ok, sono soddisfatto" ha risposto Ziggy. Sappi che adesso andrò a trovare Sabrina, Ari, Ninna, Nessuno e Nikka

E poi mi sono di nuovo ritrovato in macchina, senza capire se erano passate due ore, due giorni o due settimane. Allora ho messo in moto, ho acceso la radio, ho alzato il volume su una canzone di Iggy Pop e sono tornato a casa decisamente felice per lo scampato pericolo. 

Posted by OneImaginaryBoy on 27/05/2007 21:52 | link | commenti (21)
non avevo un cazzo da fare

domenica, 06 maggio 2007

LE ONDE DEL DESTINO

Ho capito che bisogna perdere le cose, restare in panne con la vita, sedersi ed aspettare che la direzione della strada si rimetta in sesto. Ho capito che bisogna aggredire l’acqua, remare con tutta la forza che si ha in corpo, schiantarsi contro le onde che frangono addosso e che scaricano sulla testa litri di schiuma tumultuosa. Ho capito che per creare qualcosa di buono bisogna passare attraverso la via stretta del tormento e che questo ovviamente non è un bene. Infine ho capito che bisogna dimenticare la giovinezza, lasciarla scorrere come le foglie che il vento d’autunno trascina via, ammettere ed accettare che è soltanto un soffio che svolazza leggero e che non mi farà più guardare intorno come facevo quando avevo vent’anni.
La realtà è una donna brutta con le sembianze di una casa familiare. La realtà inoltre fa rima ed è strettamente imparentata con la brevità. Perché succede di ripartire e di ritornare. Ed io sarei rimasto su quell’isola collegata ad un’altra isola solamente da una lingua di sabbia. Sarei rimasto su quella lingua a cavallo di quelle due baie che la natura ha sapientemente accostato per tutti i tipi di vento. Giuro solennemente che sarei rimato lì. E invece mi è toccato rientrare nel piccolo tunnel dell’esistenza e di tutte le faccende pratiche e contingenti: la macchina che non parte, l’intonaco del balcone che si stacca senza preavviso, cosa fare del TFR. Insomma tutte quelle cose che mi fanno sentire un ingrato verso l'esistenza. Sarei rimasto lì a volare sulla mia baby RRD anche se in questo preciso istante libero la mente e ripenso che dentro il bagno del piccolo bungalow dell’isola, quello a dieci passi dall'acqua cristallina, ad un certo punto è precipitato lo scaldabagno mandando in frantumi il lavandino e scheggiando il cesso. Sarei rimasto lì ripensando a quanto successo qualche minuto dopo la cena a base di spaghetti e polpa di ricci colti nel tardo pomeriggio. Sarei rimasti lì anche se ripenso che stavo proprio per avviarmi verso la fine. Anche se realizzo che se non avessi perso altri venti secondi prima di decidere di fare la doccia adesso sarei morto, schiacciato da uno scaldabagno. Che morte ridicola. Visto che ho sempre desiderato una scomparsa gloriosa non mi sembrava proprio il caso. Evidentemente il destino esiste. Ancora una volta l’ho proprio scampata per miracolo.
Dopo la Lombardia e dopo la Sardegna e dopo il viaggio in macchina lungo le due isole regine e dopo averne scorto le similitudini e dopo la violenza dei colori e dei sapori e dei paesaggi selvaggi e scoscesi e dopo le continue e pacifiche mandrie di pecore e dopo i campi sterminati e le strade senza fine e dopo le rocce rossastre e millenarie e dopo la traversata in nave di dodici ore, c’è da fare i conti con un nuovo amico. Il nuovo amico è un vago senso di estraneità ai luoghi che hanno il compito di dare le pacche sulle spalle. Qualche sera fa mi è successo persino di uscire con lui e di capitare non so come alla classica serata del più classico dei gruppi che si trastullano con le cover. L’esempio insomma di chi non vuole osare. Infatti ho scrollato la testa anche se i ragazzi sono stati abbastanza bravi. Mica come a Milano dove bastava percorrere una certa stradina vicino casa avendo cura di scansare le defecazioni canine per vedere tutti i manifesti dei concerti e degli eventi disponibili. Mica come lì dove sarebbe stato opportuno dividersi un due per mandare una parte all’Alcatraz e l’altra al Rolling Stone. Mica come quei giorni grigi e deleteri durante i quali cercavo ardentemente un modo come un altro per dare un senso a quella permanenza. Eppure lo stesso l’altra sera, ascoltando Sweet Home Alabama e Johnny B. Goode mi è venuta di nuovo voglia di imbracciare la Stratocaster e suonare, tirare le corde, fare qualche scala, poi magari darle fuoco o scaraventarla contro l’amplificatore e sentire feedback e cortocircuiti e riverberi assordanti. Ed ora c’è impressioni di settembre che è inevitabilmente legata ad un momento: il mercato del pesce in stile liberty, l’orrore del tetto di metallo, i tavoli di marmo, una mano sul braccio, l’indifferenza strisciante. La realtà però è anche capace di diventare abbastanza originale. Il piccolo G. che prima assomigliava vagamente al bambino della copertina di Nevermind adesso è diventato palesemente più bello. Due occhi gentili presto già svaniti sono apparsi all’improvviso sul palcoscenico di una serata che era da prendere e da buttare via. La realtà si stava appena mettendo il vestito buono delle feste nel momento stesso in cui mi sono ricordato che quella ti viene incontro come un agnello e poi sotto sotto è un lupo famelico che non lascia nessuna possibilità di salvezza. Nel frattempo tutto scorre e passa, tra suoni e visioni che fanno da contro altare alla realtà di cui sopra. Per esempio i Wilco intessono bene la colonna sonora di questo periodo e posso dire che Mio fratello è figlio unico, è uno di quei film malinconici, neorealisti, introspettivi, disincantati, onesti e sinceri che vale la pena di andare a vedere. Nonostante Scamarcio.

Posted by OneImaginaryBoy on 06/05/2007 23:14 | link | commenti (25)
fatto buon viaggio, sversamenti

mercoledì, 25 aprile 2007

UN ATTIMO CHE RIORDINO LE IDEE

Posted by OneImaginaryBoy on 25/04/2007 22:22 | link | commenti (23)
fatto buon viaggio, il capitano è fuori a pranzo, una bottiglia da stappare

lunedì, 02 aprile 2007

RITORNO A CASA #2

L’atroce apocalisse era lì che si nascondeva tra i sassolini che finivano sotto le scarpe frantumandosi in un miliardo di milioni di piccoli pezzi. Io riuscivo a distinguere bene lo scricchiolio tra la gomma e l’asfalto che riproduceva fedele e coscienzioso le impronte digitali di pneumatici di ogni foggia e dimensione. Macchine e motorini lasciati lì nei giorni caldi d’agosto per un sano tuffo ristoratore all’idroscalo o per una passeggiatina sportiva all’ombra dei platani con cane sbavante ed urinante al seguito. Fu proprio in quei giorni che appresi che i parchi di certe città sono più pericolosi dei viaggi in treno ed in aereo ed in auto e delle droghe e del fumo e dell’alcool e degli incidenti domestici. Era lei che spingeva per andarsi a sedere nei paraggi della tragedia ma lui insistette tirandola per il braccio affinché si sedessero dalla parte opposta. Mentre assaporavano la quiete estiva che pervadeva la limpida e sana aria milanese, un grosso ramo si staccò e finì sulla testa di un ignaro e tranquillo signore che se ne stava a leggere il Corriere della Sera seduto sulla panchina di fronte. Un assordante fruscio prima della catastrofe. Il fiato sospeso ed il cuore che schizza in gola in mezzo agli spruzzi di adrenalina. Un collasso e un boato e sangue e brandelli di cuoio capelluto e urla e bambini piangenti e mamme atterrite e terrorizzate qualche istante dopo. Transenne e nastri rossi e bianchi ed interrogatori della polizia ed ambulanze a sirene spiegate. Ed una fottuta domenica che non andò proprio per il verso giusto e che sconquassò tutti i piani della tranquillità elaborati da placide famigliole meneghine. Milano adorabile città dalle mille sorprese. Fatalità o destino segnato eterno dilemma che allieta i pensieri quotidiani della nostra vita di scimmie. Oggi, ieri e domani. Ma si diceva dell’apocalisse imminente. Lungo i passi che conducevano al capolinea della gialla si riusciva a leggere il dramma esistenziale della consapevolezza di esistere proprio in quei frammenti infinitesimi. Si riusciva a passare oltre con i bassi degli auricolari premuti contro le orecchie. Si accelerava il passo durante le mattine umide di un inverno mai arrivato. Quasi a voler spezzare e spaccare in due il tempo che separava dall’attesa in aeroporto. Laddove la ragazza gentile del check-in mi sorrise illuminando i suoi occhi e graziandomi della sovrattassa per il carico eccessivo mi permise di amarla all’istante. Questa volta l’aereo volò a diecimila metri di quota per ingannare le nuvole empie di pioggia brutta e cattiva. Che amabile paradosso si andava a riflettere sopra il piccolo finestrino quadrato. Lasciavo il sole e trovavo l’acqua. E così le strade familiari risultarono perfettamente unte ed oleose. Con le goccioline che investivano il parabrezza ed il vento che faceva volare via i cappelli. Però lungo la curva che svoltava a sinistra c’era lui. Quel mare vecchio amico bastardo che alzava e abbassava la sua massa liquida aspettandomi ansioso e desideroso di buttarmi le braccia al collo. "Non è il momento amico", pensai. La macchina scoppiava di bagagli dentro la notte e tutti i gesti quotidiani erano dietro l’angolo. L’effetto immediato fu la scoperta di non appartenere a nessun posto. A nessuna città, nessun gruppo, nessun filone, nessuna congrega, nessuna corrente di pensiero. Ed il senso di non appartenenza e di estraneità mi dà tuttora la forza di guardare con fierezza il pavimento e poi subito dopo la strada davanti. Tanto il mondo non cambia e non cambierà mai. Basta notare che c’è una sottile linea di arroganza che lega i ventenni che girano in mini cooper ai cinquantenni che girano in mercedes. Così come c’è una sottile linea di tristezza quando un nuovo centro commerciale spalanca le porte della gioia e tutti quanto si catapultano dentro a riempire i carrelli di cose inutili. Nel frattempo il vecchio amico mi ha ripreso con sé già da una settimana. E mi ha abbracciato e mi ha distorto i piedi dentro la sabbia e mi ha sospinto contro il vento e mi ha spaccato una pinna e mi ha donato un po’ di dolore fisico che mi ha svegliato dal torpore e mi ha infuso vita. E poi in mezzo a tutte le cose c’è il ricordo di lei sempre più sbiadito e sconsolato e penetrante al tempo stesso. Lei ed i suoi occhi scuri da incrociare ed una corsa in macchina da fare ed il fermarsi vicino alle vecchie barche prima della fine di tutto, di tutto quello che c’è stato, del sipario rosso, degli applausi del pubblico e delle strade che si divideranno per sempre. E siccome alla fine c’è sempre una colonna sonora adatta al momento in atto, tutto non può che convergere sempre in punto ed in particolare in quello luminoso del laser che apre le danze con uno sparo e poi fa proseguire le distorsioni in laude attraverso un solenne e misterioso ed epico requiem.

Posted by OneImaginaryBoy on 02/04/2007 22:26 | link | commenti (29)
fatto buon viaggio, una bottiglia da stappare

martedì, 06 marzo 2007

ERA BELLO IL CIELO DI INVERNO

Va via l'età della gioia, aspetto che torni l'estate...se tornerà, mi vendico. I compiti di francese - Alibìa

Oh ma come è bella e familiare Milano quando ritorna figlia prodiga al suo solito grigiore di pioggerellina fumante che inzuppa i vestiti e di temperatura che crolla rovinosamente come un castello di carte al soffio di una bambino capriccioso e impertinente. Ancor più bella e seducente quando sceglie di lasciarsi andare all’esplosione improvvisa della primavera ed inizia a crogiolarsi come potrebbe fare un gatto sotto certi raggi di sole che fan guizzare gli occhi dei meteorologi e fan strappare violentemente le sciarpe dai colli imperlati con i primi sudori ed umori della gente comune. Inutile girare intorno al fatto usando parole vane e circostanziali. Qui c’è sempre da camminare tenendo saldamente la strada. Puntare dritto celando ogni forma di esitazione quando il passante trascinato dal suo bravo cagnolino metropolitano ti si para davanti impotente e diresti quasi con un’espressione a metà strada tra l’imbarazzato e l’indifferente di fronte alla fisiologica defecazione del suo migliore amico. Che i milanesi ne hanno le scarpe piene e tu pure e quindi qui bisogna necessariamente ammettere che i cani sono i veri padroni della città e dei marciapiedi per cui si suppone che un giorno stringeranno una santa allenza per assumere definitivamente il controllo dell’amministrazione comunale e poi a seguire della regione Lombardia tutta. Eppure questo è il minino. Lo stilliccidio dell’acqua che fuoriesce dalla bocca del grifone della fontanella che ogni mattina ti lasci a sinistra traduce bene il preludio delle giornate da affrontare. Giorni vuoti, imperterriti, glaciali, di muri alti oltre il minimo consentito e di finestre sconosciute e curiose, puntate addosso al supremo e sacro atto del pisciare. Quella forma di liberazione che allenta appena leggermente il cappio delle quotidiane otto ore lavorative. In fondo chiudi la porta a chiave per due minuti di pace. Ed è strano pensare proprio durante il getto seguito dal successivo rumore della cerniera dei jeans che viene su, che la vita è certo troppo breve per un lavoro d’ufficio sempre uguale a se stesso. Così qui si pianifica, si immaginano i mari da attraversare e le terre da raggiungere, si prende la decisione di lasciare il prima possibile e nella sua eterna miseria questo Paese che non cambierà mai. Questa Italia troppo piccola, troppo provinciale e troppo cattolica per liberarsi di certi retaggi che imperversano anche nella magnificenza urbana e suburbana delle sue metropoli e delle sue capitali morali. Dove tra l'altro servono appena ventisei anni di lavoro per comprare cinquanta metri quadrati di tetto sopra la testa. In verità l’alternativa potrebbe essere quella di tapparsi in casa, serrare le finestre, tagliare il filo del telefono, buttare nel cesso il cellulare e distruggere il computer. Ma è più saggio e sensato partire per sempre. Tornare solo per rivedere il sorriso di G. che nel frattempo cresce spalancando gli occhi e di un altro gruppetto di persone che si riescono a contare con una mano sola. E non serve di certo il pallottoliere per fare due più due così come non servono i capelli neri e gli occhi azzurri della ragazza che scende le scale davanti a te e che ti guarda con tutti gli angeli della terra che sorridono fino a quando c’è da camminare affiancati e tu sai che non potrà mai accadere che andrete nella stessa direzione e difatti ai tornelli del sottosuolo di piazza Lodi i vostri destini si separano per sempre e quegli occhi negli occhi non ci sono più ed i treni sotterranei vi portano da due parti opposte e restano solo quei puntini chiari e luminosi dentro la cornice corvina ed in mezzo soltanto le rotaie e nelle orecchie la seconda rivoluzione sessuale dei Tre Allegri Ragazzi Morti ed il soffice maglione degli Alibìa e sopra le teste la città brulicante e piena di fervore con le sue formichine che prenotano i tavoli e scappano a fare l’aperitivo, tirano fuori la Visa e pagano incazzandosi per qualcosa che non fuziona nella transizione con il camerire indonesiano e poi ritornano a casa oppure si ficcano dentro i knit cafè per sferruzzare in compagnia della Dj Pina assecondando l’ennesima nuova tendenza della settimana in corso con la benedizione della Triennale e della Nuova Accademia di Belle Arti e continuando a vivere felici dentro il vuoto pneumatico della loro città piena di moda e di design per poi morire e ridiventare polvere quando la s